DISCRIMINAZIONE DELLE DONNE NEL MONDO DEL LAVORO

Agosto 13, 2021 0 Di Unione dei Giovani di Sinistra

L’ideale di genere è l’insieme delle aspettative e di comportamenti che la società ha nei confronti
delle donne e degli uomini. La società infatti, basandosi su stereotipi e sulle opinioni, si aspetta sia
dall’uomo sia dalla donna un certo tipo di percorso lavorativo e famigliare, che non sempre coincide
con la vera volontà dell’individuo.
Infatti, si trattano di semplificazioni della realtà che si evolvono
molto lentamente causando dei pregiudizi nei confronti di persone
che non seguono tali canoni comportamentali.

La società in cui viviamo è satura di stereotipi che definiscono fin dalla piccolissima età quale comportamento, quale colore e quale giocattolo è più appropriato ad un uomo piuttosto che a una donna. Infatti, lo stereotipo maschile si basa sulla virilità, sulla forza e sulla sua capacità di provvedere economicamente alla famiglia.

Invece spesso la donna viene preparata per realizzarsi nella vita privata pronta per occuparsi della famiglia e dei figli.

Questo comportamento diventa estremamente dannoso nel momento in cui si dà troppo valore agli stereotipi, minando la possibilità di realizzarsi nella vita secondo il proprio desiderio.

La società si è basata per molti secoli su rigidi codici di comportamento e ordine sociale che inevitabilmente ha causato e tutt’ora causa delle discriminazioni per una delle categorie.

Per sconfiggere tali iniquità bisogna pensare prima di tutto al proprio modo di esprimersi in quanto il linguaggio comune tra gli individui è fortemente influenzato dagli stereotipi. Per esempio, basta pensare la parola “femminuccia” che esprime un soggetto debole e incapace di reagire. Di conseguenza bisogna opporsi agli stereotipi, ai ruoli che la
società vuole imporre in quanto nei casi causa delle discriminazioni.

 

Effetti delle discriminazioni nel mondo del lavoro

Anche se sembra che l’epoca della “donna casalinga” sia stata superata, in realtà tutt’ora l’ideale di
genere causa delle invisibili barriere e di conseguenza genera delle disparità: all’ingresso delle donne
nel mondo del lavoro, nell’avanzamento della carriera e a livello salariale.
In primo luogo, le discriminazioni delle donne si evidenziano nella fase di ingresso nel mondo del
lavoro, questo perché è fortemente influenzato dal retroterra sociale. La funzione della donna spesso
è intrinsecamente intesa come il ruolo della madre, comportando una discriminazione sia a livello di
genere e sia a livello di competenze. Inoltre, la donna viene esposta anche come un oggetto sessuale determinando un conseguente svilimento delle effettive skills e delle capabilities. Per esempio, basti pensare al gran numero di annunci di lavoro dedicati alle donne (aspetto già illegale) in cui si richiede un certo canone estetico quale: “la bella presenza” e “il bell’aspetto”. Un altro fattore discriminante nell’ingresso delle donne nel mondo del lavoro è il percorso formativo. Secondo l’ISTAT le donne laureate che trovano lavoro sono il 75,6% rispetto al 29,9% di quelle con la licenza media. Anche se il numero delle donne laureate è aumentato notevolmente, (ed hanno una garanzia maggiore di entrare nel mondo del lavoro), si riscontra anche che all’aumentare dell’età del primo impiego si ha una riduzione dello stipendio. In generale le persone che intraprendono gli studi nelle aree tecnico scientifiche hanno possibilità occupazionali molto elevate. Le donne che scelgono questo percorso sono poche a causa della compartimentalizzazione del lavoro, secondo il quale alcuni lavori sono meno adatti alle donne. Inoltre, in queste aree spesso anche gli stessi datori di lavoro non sono molto inclini ad inserire nel proprio organico molte figure femminili a causa di stereotipi intrinsechi
nell’immaginario collettivo. Un’altra discriminante, all’ingresso del mondo del lavoro delle donne, è l’idea che il ruolo della donna debba realizzarsi solo ed esclusivamente nella sfera privata, dedicando il proprio tempo agli impegni famigliari. Spesso il datore di lavoro, guardando in proiezione futura, evita di assumere una donna a causa della possibile maternità, in quanto l’interruzione del periodo di lavoro viene visto negativamente. Le mancate tutele delle lavoratici madri spesso obbligano le donne a scegliere un lavoro compatibile con gli impegni famigliari, scendendo a compromessi a discapito della retribuzione. Nei casi più estremi le donne sono costrette a trovare un lavoro part-time oppure ad abbandonare il lavoro per prendersi cura dei figli.

Nel mondo del lavoro incontriamo una compartimentalizzazione del lavoro sia di tipo orizzontale che verticale. Sostanzialmente, per compartimentalizzazione orizzontale si intende l’idea che alcuni lavori siano più adatti alle donne.

Basti pensare che questo concetto sia ben radicato anche nella lingua italiana, in quanto i lavori prestigiosi come medico, avvocato o ingegnere siano tipicamente maschili; mentre il mestiere di “donna delle pulizie” o “segretaria” siano tipicamente associati alle donne.

Oltre alla compartimentalizzazione orizzontale esiste anche quella verticale.

In quest’ultimo caso risulta evidente che le rappresentanze femminili nei ruoli manageriali e nei ruoli di potere siano
nettamente inferiori rispetto agli uomini.

Questo mancato avanzamento di carriera è causato principalmente dagli stereotipi di tipo culturale.

Nel caso in cui le donne riescono a raggiungere lo stesso impiego dell’uomo spesso si manifesta la disparità salariale. Infatti, il divario retributivo riflette la discriminazione nel mondo del lavoro.

Secondo l’ISTAT le donne nel 2017 hanno guadagnato il 16% in meno degli uomini nell’Unione europea.

Tale differenza di salario è basata sul confronto della retribuzione lorda orario media.
Infatti, la disparità salariale aumenta al diminuire della presenza dei contratti collettivi.

Mentre per i lavoratori autonomi e parasubordinati la retribuzione oraria dei professionisti rischia di essere

anche doppia rispetto a quella delle professioniste donne.

Questa disparità salariale si ripercuote su tutto l’arco della vita in quanto un minore salario porta a minori contributi versati e quindi a pensioni più basse.

Le pari opportunità: analisi giuridica

Le pari opportunità sono un principio giuridico secondo il quale ogni individuo non deve avere ostacoli alla partecipazione economica, sociale e politica per ragioni connesse alla religione, al genere, all’origine etnica, alla disabilità, all’età, all’orientamento sessuale e politico.

Sin dagli inizi dell’Unione Europea la comunità europea ha introdotto il principio della retribuzione salariale uguale per gli uomini e le donne per lo stesso lavoro con l’attuazione dell’articolo 119 del trattato di Roma firmato nel 1957.

La direttiva 76/207/CEE del 1976 fa un passo in avanti per quanto riguarda il principio della parità di trattamento fra gli uomini e le donne e anche per quanto riguarda l’accesso al lavoro, alle condizioni di lavoro e alla formazione.

Infatti, per la prima volta si introducono il divieto di discriminazione: sulla base del sesso di appartenenza; nell’accesso all’ambito lavorativo; dal punto di vista retributivo; e infine dal punto di vista delle condizioni di lavoro.

Negli anni successivi sono state emanate altre direttive e firmati altri trattati che avevano lo scopo di ribadire i principi esposti precedentemente.

Negli anni Novanta, in seguito alla Conferenza mondiale sulle donne di Pechino (1995), l’Unione Europea, mediante il Trattato di Amsterdam del 1997, introduce la procedura con cui predispone i provvedimenti mirati a combattere le discriminazioni basate sul sesso. Anche nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, firmato a Nizza il 7 dicembre del 2000, all’articolo 21 viene ribadito il divieto di ogni forma di discriminazione basata sul genere, sull’etnia, sulle convinzioni politiche ecc. Inoltre, nell’articolo 23 si è ribadita la parità fra uomo e donna: “La parità tra uomini e donne deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzione. Il principio della parità non osta al mantenimento o all’adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato“. Nel 2010 la Commissione europea ha confermato il suo impegno a favore della parità fra uomini e donne con la “Carta delle donne” basata su 5 settori principali di intervento fra i quali: uguale indipendenza economica per donne e uomini; parità salariale; parità nel processo decisionale; e la fine della violenza contro le donne. Anche se l’Unione Europea ha avuto un ruolo fondamentale nella definizione generale dei principi di parità di genere, la mancanza di direttive ben definite per ogni stato membro hanno avuto un impatto diverso nelle legislazioni nazionali.

All’articolo 3 della Costituzione italiana si stabilisce che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”; mentre l’articolo 37 della Costituzione sancisce che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”. Nel secolo scorso si sono susseguite una serie di leggi volte alla parità salariale, per esempio la legge 903/77 in cui per la prima volta è stato introdotto il concetto di parità delle donne mentre prima si parlava solo di tutele delle donne. Solo nei tempi più recenti sono state rafforzate le disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità con la legge 53/2000. La legge Fornero ha fornito ulteriori strumenti intervenendo per superare la pratica delle dimissioni in bianco anche in caso di gravidanza. Ai sensi dell’ articolo 4 comma 16 della legge 92/2012 si specifica la disciplina della convalida preventiva: “La risoluzione consensuale del rapporto o la richiesta di dimissioni presentate dalla lavoratrice, durante il periodo di gravidanza, e dalla lavoratrice o dal lavoratore durante i primi tre anni di vita del bambino o nei primi tre anni di accoglienza del minore adottato o in affidamento, o, in caso di adozione internazionale, nei primi tre anni decorrenti dalle comunicazioni di cui all’articolo 54, comma 9, devono essere convalidate dal servizio ispettivo del Ministero del lavoro e delle politiche sociali competente per territorio. A detta convalida è sospensivamente condizionata l’efficacia della risoluzione del rapporto di lavoro”. La legge prevede un processo complicato, che punta ad aumentare le verifiche qualora non vi siano veridicità nelle dimissioni a carico del lavoratore. Per quanto l’intervento sia timido, la riforma presenta ancora dei lati oscuri in materia di reintegro nel posto di lavoro.

L’Unione Europea ha posto le basi per sconfiggere le discriminazioni in base al genere, all’età, alla disabilità, convinzioni politiche e religione, ma risulta tutt’ora evidente che non è ancora sufficiente. Per quanto riguardano le donne, purtroppo non è stata ancora raggiunta la parità dei sessi e la strada per eradicare gli stereotipi sociali è ancora lunga sia a livello legislativo e sia a livello sociale. Tale processo migliorativo è attualmente minacciato dall’avanzamento di partiti politici reazionari ed ultraconservatori che portano avanti il modello della famiglia tradizionale superato ed obsoleto, basato su una chiara divisione di ruolo fra uomo e donna.

Bisogna opporsi a tale modello e lavorare per combattere le discriminazioni basate sul genere ma anche nei confronti di altre religioni, etnie, orientamenti sessuali, convinzioni politiche, disabilità e età.

 

Articolo di

Agata Maria Jablonska