DEFORESTAZIONE DELL’AMAZZONIA

Settembre 4, 2021 0 Di Matteo Valtolina

L’Amazzonia è una vasta regione geografica del sud America caratterizzata dall’omonimo foresta amazzonica, che copre gran parte del bacino amazzonico, estendendosi su una superficie di sei milioni di chilometri quadrati suddivisi in nove paesi: la maggioranza della foresta (circa il 60%) si trova in Brasile, un altro 13% si trova in Perù, il 10% in Colombia e parti più piccole in Venezuela, Ecuador, Bolivia, Guyana, Suriname e Guyana francese.

La regione è una delle più ricche in tema di biodiversità, si stima che nell’area vivano circa 100 000 specie di invertebrati tra cui 2,5 milioni specie di insetti, 3 000 specie di pesci, 1 300 specie di uccelli, 427 specie di mammiferi, 400 specie di anfibi e 378 specie di rettili.

Ogni anno vengono scoperte centinaia di nuove specie, in particolare tra il 2014 e il 2015 sono state scoperte 381 nuove specie, delle quali: 216 piante, 93 pesci, 32 anfibi, 20 mammiferi, 19 rettili

Problema: la realtà della deforestazione della foresta amazzonica è presente ormai da oltre 50 anni, più precisamente dal 1970 con la realizzazione della prima autostrada che attraversasse la regione.

Nonostante tentativi di rallentamento di tale fenomeno, che giunsero al massimo della loro espressione nel 2009, quando il governo brasiliano stabilì una politica “del credito” per l’Amazzonia: coltivatori e allevatori delle aree più rovinate furono esclusi dal credito a basso costo finché la deforestazione in quelle aree non fosse calata, il degrado dell’habitat non cessò mai del tutto.

Nel 2015 la deforestazione illegale dell’Amazzonia aumentò di nuovo in aumento, in gran parte a causa della domanda dei consumatori di prodotti come l’olio di palma per i quali gli agricoltori brasiliani liberano le loro terre per creare più spazio per le colture richieste.

Nel settembre 2015, la presidente brasiliana Dilma Rousseff dichiarò alle Nazioni Unite che il Brasile avesse effettivamente ridotto del 82% il tasso di deforestazione in Amazzonia, annunciato anche che nei futuri 15 anni, la nazione avrebbe mirato a eliminare la deforestazione illegale, ripristinare e riforestare 120 000 km2 e recuperare 150 000 km2 di pascoli degradati.

Tuttavia nell’agosto 2017, il presidente brasiliano Michel Temer ha abolito una riserva naturale amazzonica delle dimensioni della Danimarca negli stati settentrionali del Brasile, Pará e Amapá e con l’odierno presidente Jair Bolsonaro la deforestazione in Brasile è aumentata in modo significativo.

Inutile dire che la tecnica “taglia e brucia” utilizzata dagli agricoltori per la deforestazione è altamente dannosa per la biodiversità, siccome distruggendo la copertura vegetativa delle piante “alto fusto” e con l’eliminazione del “sotto bosco” si modifica inesorabilmente il microclima dell’ecosistema, alterando i normali processi ecologici (e addirittura di pedogenesi del terreno).

Ciò causerà l’estinzione delle specie vegetali presenti, sostituite da essenze caratteristiche degli ambienti aperti, creando un habitat non tanto diverso dalla Savana (si costituiranno praterie caratterizzate da un’elevata umidità dato la costante e intensa piovosità), con la conseguente scomparsa della fauna originaria.

E’ risaputo che le piante arboree sono le più indicate per lo “stoccaggio del carbonio”, infatti tale elemento è sottratto dall’atmosfera, nella quale è presente come costituente della CO2 e utilizzato per la produzione di glucosio (fotosintesi clorofilliana).

Per tale motivo con la perdita delle foreste, le quali sono aree ricche di materiale legnoso, il C non sarà più utilizzato dagli alberi e ne consegue un grave rallentamento del ciclo di questo elemento, causando l’accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera e l’aumento dell’effetto serra del gas in questione.

Inoltre i terreni dell’area amazzonica sono di pedogenesi ferralitica (simili per denominazione ai ferruginosi), vede quindi uno strato superficiale di pochi centimetri in cui si ha un certo contenuto di sostanza organica, continuamente riciclata a velocità elevatissima da batteri, funghi e pedofauna, favoriti dal clima caldo e umido e al di sotto si osserva un suolo esclusivamente minerale, composto da minerali durissimi e resistenti alla degradazione.

I suoli ferrallitici sono estremamente poveri, siccome il contenuto in sostanza organica stabilizzata (humus) è scarsa con la seguente scarsa dotazione in nutrienti.

Il bioma della foresta equatoriale, evolutosi in questa situazione ostile è anche molto sensibile: un eventuale abbattimento della foresta eliminerebbe quei pochi centimetri di sostanza organica, causando l’indurimento e l’isterilimento molto difficilmente reversibili.

(I suoli ferrallitici vengono classificati nell’ordine degli Oxisol nella Soil Taxonomy e nel raggruppamento dei Ferralsol nella classificazione WRB).

Per tali motivi i terreni dell’Amazzonia non sono adatti all’agricoltura, a meno che non si utilizzi sostanza organica fermentata anaerobicamente, proveniente dagli allevamenti, ma anche in tale caso, i tempi per alzare la % di sostanza organica dei suoli sarebbero molto lunghi ed è impensabile utilizzare tale tecnica per vaste superfici ottenute con la deforestazione.

Si tenere inoltre conto che la tessitura del suolo e per lo più argillosa, per cui vulnerabile all’accumulo di fosforo (indispensabile concimante sotto forma di PO4), problema spesso ignorato anche nell’agricoltura italiana.

Sulle superfici in pendenza, l’elemento sopracitato potrebbe essere trasportato (erosione) dalle frequenti precipitazioni (ruscellamento o Runoff superficiale, siccome il fosforo è un composto molto insolubile e non si diffonde negli strati bassi) causando eutrofizzazione acque superficiali, ovvero fiumi e laghi.

Ciò ammesso che la sostanza organica sia lavorata con le reazioni anerobiche, cosa poco probabile se si tiene conto della forma d’allevamento estensiva, le quali concorrono a incrementare l’inquinamento dell’atmosfera con grandi emissioni di metano (CH4) e ammoniaca (NH3, valutata attraverso il PM2.5 e recentemente imputata per la formazione di micropolveri sul quale può “viaggiare” il virus Covid19)

Soluzione: interruzione completa e immediata del disboscamento non sostenibile, con la consapevolezza che gli ecosistemi distrutti non saranno mai più recuperati, siccome non sostituibili con la riforestazione (le essenze utilizzate non sono le stesse rimosse, le quali si sono evolute nei millenni con l’ambiente circostante)