UN OCEANO DI PLASTICA

Settembre 4, 2021 0 Di Matteo Valtolina

Il tema dell’inquinamento delle acque da plastica è oggi di grande interesse mediatico, paesaggistico e soprattutto ecologico dato gli effetti sugli ecosistemi causati dalla grande resistenza alla biodegradazione del materiale.

L’apice dell’espressione di tale problematica si ha con il fenomeno delle Palstic Garbage Patch, ovvero la formazione in aree oceaniche specifiche di ammassi di rifiuti, i quali sono in continuo aumento a causa della mal gestione degli scarti urbani e industriali (settori con maggior utilizzo della plastica).

Cause: prima di affrontare tale tematica è necessario specificare le cause dell’accumulo del materiale, infatti esso è favorito da un processo naturale di regolazione e distribuzione delle masse idriche chiamato circolazione termoalina, normalmente indicato con il termine “correnti oceaniche”.

Per Circolazione Termoalina (a volte chiamata anche “Grande Nastro Trasportatore”) si intende infatti la circolazione globale oceanica causata dalla variazione di densità delle masse d’acqua, la quale è determinata dalla temperatura (termo-) e dalla salinità (-alina) delle acque.

Tale regolazione continua identifica aree oceaniche in perenne movimento a differenza di aree con una relativa stabilità ed è proprio in queste zone che si accumulano gli scarti provenienti dai continenti emersi, trasportati dalle correnti marine, dando vita a estese superfici occupate da plastica, residui metallici e materiali vari chiamate “isole di plastica”.

Caratteristiche: la più grande per estensione è la “Pacific Trash Vortex”, traducibile in “Vortice d’immondizia dell’oceano Pacifico” (per vortice si intende l’area relativamente stabile circondata dalle correnti, per cui con caratteristiche simili a vortici marini) o semplicemente come “isola di plastica”.

Aldilà del termine che si possa utilizzare resta la realtà di un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica) situato nell’Oceano Pacifico, approssimativamente fra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord.

La sua estensione non è chiara: le stime vanno da 700.000 km² fino a più di 10 milioni di km² (cioè da un’area più grande della Penisola iberica a un’area più estesa della superficie degli Stati Uniti), ovvero tra lo 0,41% e il 5,6% dell’Oceano Pacifico.

Le valutazioni ottenute da “Algalita Marine Research Foundation” e dalla Marina degli Stati Uniti stimano l’ammontare complessivo della sola plastica dell’area in un totale di 3 milioni di tonnellate, mentre l’oceanografo americano Charles Moore, a cui si attribuisce la scoperta dell’accumulo di rifiuti, ritiene che l’area potrebbe contenere fino a 100 milioni di tonnellate di detriti.

Storia: si ipotizza che “l’isola di plastica” del Nord oceano Pacifico si sia formata a partire dagli anni 80, a causa dell’incessante inquinamento da parte dell’uomo e dall’azione della corrente oceanica chiamata “Vortice subtropicale del Nord Pacifico”, caratterizzata da una forma a spirale in senso orario.

Essa permette ai rifiuti galleggianti di aggregarsi fra di loro, formando un enorme strato di spazzatura presente nei primi strati della superficie oceanica con concentrazione stimata della sola plastica di 3,34×106 frammenti per km², i quali con una media di 5,1 kg/km² raccolti utilizzando una rete a strascico rettangolare delle dimensioni di 0,9×0,15 m.

A 10 m di profondità è stata individuata una concentrazione pari a poco meno della metà di quella in superficie, con detriti costituiti principalmente da monofilamenti, fibre di polimeri incrostati di plancton e diatomee.

L’esistenza di un’area di accumulo di rifiuti nel Pacifico fu ipotizzata e studiata nel 1988 con la pubblicazione di un documentario dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) degli Stati Uniti, esso era basato su risultati ottenuti da diversi ricercatori con base in Alaska i quali fra il 1985 e il 1988, misurarono le aggregazioni di materiali plastici nel nord dell’oceano.

Effetti: Il galleggiamento delle particelle plastiche, che hanno un comportamento idrostatico simile a quello del plancton, ne induce l’ingestione da parte degli animali planctofagi causando l’introduzione di plastica nella rete trofica (catena alimentare) fino a raggiungere l’uomo in molti casi.

In alcuni campioni di acqua marina prelevati nel 2001, il rapporto tra la quantità di plastica e quella dello zooplancton, la vita animale dominante dell’area, era superiore a sei parti di plastica per ogni parte di zooplancton.

Ciò causa la biomagnificazione dei residui plastici, ovvero l’accumulo degli inquinanti da un livello trofico all’altro.

Tale fenomeno è facilmente spiegabile con un esempio: si ipotizzi che un certo numero di predatori del plancton ingerisca una certa quantità di plastica, essi a loro volta saranno predati da un animale di un livello trofico superiore, il quale ingerirà il totale di inquinanti.

Successivamente, un numero di individui appartenente all’ultimo livello citato (e quindi con un contenuto di plastica “ereditato” dalle prede) saranno l’alimento di un singolo predatore terziario e così via, rendendo facilmente intuibile come la % di residui ingeriti dagli animali eterotrofi all’apice della rete trofica sarà esponenziale.

L’isola di plastica costituisce un vero nuovo ecosistema grazie allo stesso materiale inquinante, il quale essendo resistente alla degradazione ha la funzione di sostegno per la colonizzazione da parte di circa mille specie e famiglie diverse di organismi eterotrofi, autotrofi, predatori e simbionti, tra cui diatomee e batteri, alcuni dei quali apparentemente in grado di biodegradare la materia plastica e gli idrocarburi.

Si trovano però anche agenti potenzialmente patogeni, come batteri del genere vibrio, i vibroni infatti, sono batteri, aerobi-anaerobi facoltativi, asporigeni e privi di capsula, la cui cellula presenta una a forma a virgola e un unico flagello, che ne assicura la mobilità.

Essi sono per la maggior parte batteri saprofiti, cioè che si nutrono di materia in decomposizione, e soltanto occasionalmente possono essere ritrovati come parassiti commensali di alcuni animali, mentre alcuni di essi sono in grado di giocare un ruolo importante nella patologia umana come Vibrio cholerae, agente eziologico del colera.

Tra i patogeni minori si possono ritrovare: Vibrio parahaemolyticus, il quale causa occasionalmente diarree dovute all’ingestione di molluschi o crostacei crudi e contaminati, il Vibrio alginolyticus e Vibrio vulnificus, rari agenti infettivi di ferite cutanee o di ancor più rari casi di sepsi in soggetti immunocompromessi.

Gli effetti sull’ambiente non sono stati ancora studiati in maniera approfondita e appaiono di difficile valutazione data l’estensione del fenomeno e le scale temporali ridotte associate di evoluzione.

E’ importante comunque sottolineare che i maggiori danni sono causati non dai rifiuti in se, ma dalle microplastiche e dai prodotti delle con la frammentazione e la degradazione da parte dei fattori naturali, si pensa soprattutto alle alte concentrazioni di PCB (molto tossici e probabilmente cancerogeni) che possono entrare nella catena alimentare.

I policlorobifenili, noti spesso con la sigla PCB, sono una classe di composti organici la cui struttura è simile a quella del bifenile i cui atomi di idrogeno sono sostituiti da uno fino a dieci atomi di cloro (formula bruta generica C12H10-xClx ), sono considerati inquinanti persistenti dalla tossicità paragonabile a quella della diossina.

Le miscele di PCB erano vendute sul mercato per loro elevata stabilità chimica, la sostanziale non infiammabilità e proprietà fisiche quali l’essere un ottimo isolante elettrico e un buon conduttore termico.

Gli oli, generalmente indicati con il termine askarel, venivano usati come fluidi dielettrici per grandi condensatori e grandi trasformatori o come fluidi per scambio termico, fluidi per circuiti idraulici, lubrificanti, oli da taglio e come additivi in vernici, pesticidi, carte copiative, adesivi, sigillanti, ritardanti di fiamma e fissanti per microscopia.

La loro stabilità è tuttavia anche responsabile della loro persistenza nell’ambiente, gli effetti più comunemente osservati sulla salute umana infatti sono la cloracne e le eruzioni cutanee, mentre studi su lavoratori esposti hanno mostrato alterazioni nell’analisi di sangue e urine correlabili a danni a carico del fegato.

In realtà vi sono poche ricerche che associano l’esposizione ai PCB al cancro al fegato ed alle vie biliari, ma secondo la statunitense EPA, i PCB sono composti probabilmente cancerogeni per gli esseri umani e nel febbraio 2013 anche l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro IARC ha stabilito una correlazione certa tra esposizione ai PCB e cancro.

A seguito di ricerche condotte con una serie ventennale di crociere scientifiche svolte fra il Golfo del Maine e il Mar dei Caraibi, la ricercatrice Kara Lavender Law ha riscontrato anche nell’oceano Atlantico un’elevata concentrazione di frammenti plastici in una zona compresa fra le latitudini di 22°N e 38°N, corrispondente all’incirca al Mar dei Sargassi.

Simulazioni al computer hanno individuato due altre possibili zone di accumulo di rifiuti oceanici nell’emisfero meridionale: una nell’oceano Pacifico a Ovest delle coste del Cile e una seconda allungata tra l’Argentina e il Sud Africa attraverso l’Atlantico, mentre un sesto accumulo di rifiuti potrebbe essere in corso di formazione nel mare di Barents, col rischio di un suo spostamento nel mar Artico.

E’ possibile consultare La prima mappatura delle isole di plastica negli oceani, creata nel luglio 2014 e pubblicata su “Proceedings of the National Academy of Sciences”.

In fine si consiglia la visione del filmato: L’inferno di Thilafushi, l’isola spazzatura che raccoglie tutti i rifiuti delle Maldive – YouTube, il quale denuncia non solo l’accumulo di rifiuti in mare casuale o “involontario”, ma anche la gestione insostenibile dei materiali di scarto, volontaria e programmata, con l’utilizzo degli oceani come discariche.

Stime economiche considerano che le perdite dovute a questi materiali sono tra i 259 e i 695 milioni di euro, e colpiscono principalmente per i settori ittici e del turismo.

Soluzioni: nel 2012 lo studente di ingegneria Boyan Slat ha ideato un concept finalizzato alla pulitura degli oceani dalla plastica chiamato The Ocean Cleanup, cominciato nel 2018, mentre l’11 aprile 2013 l’artista Maria Cristina Finucci ha fondato il Garbage Patch State.

Durante l’evento è stato pronunciato il discorso di insediamento alla presenza della Direttrice Generale dell’UNESCO Irina Bokova come propaganda per sensibilizzare, ma allo stesso tempo denunciare, l’umanità e le sue attività sconsiderate, dannose per un intero ecosistema quale l’oceano.

Si sottolinea anche la presenza del progetto Kaisei, lanciato nel 2009 dall’Ocean voyages Insititute, fa parte di una realtà californiana che si occupa di conservazione marina, fondata nel 1979 da un gruppo internazionale di marinai, educatori e biologi.

A giugno del 2019 è stata compiuta un’altra missione durante la quale sono state sottratte un totale di 103 tonnellate di rifiuti (il 49% dei quali oggetti monouso) dall’oceano, inoltre sono stati progettati dei radiofari galleggianti con GPS e droni che permettono un accurato monitoraggio dell’area e rendono più facile organizzare le operazioni di recupero.

L’impresa ha subito ovviamente gli effetti della pandemia, ma i marinai ha deciso ugualmente di partire programmando una quarantena di tre settimane ed effettuando i tamponi a ogni nuovo equipaggio.

E’ necessario incentivare la ricerca delle biotecnologie e sulla coltivazione di batteri in grado di biodegradare gli idrocarburi dei materiali inquinanti, siccome la rimozione dei rifiuti, per quanto indispensabile, non influenzerà la quantità di microplastiche già diffuse nell’ecosistema.

In fine si ritiene essenziale una gestione dei rifiuti recuperati, i quali possono essere riciclati e utilizzati come percentuale di materia pura per l’operazione di riciclo, inoltre è obbligatorio una rivoluzione del processo produttivo.

Evidente è la non sostenibilità del modello economico moderno, in cui il trattamento dei rifiuti è considerata come accessoria o come esternalità negativa, senza tenere conto della potenzialità produttiva di tali scarti e dei danni che possono provocare a tutto l’ecosistema Terra se diffusi in ecosistemi, solo in apparenza, lontani da noi.

Fonti Wikipedia, it.businessinsider.com, conoscenze pregresse