DIRITTO DI VOTO PER TUTTI, FUORISEDE COMPRESI

Settembre 6, 2021 0 Di Paolo Napolitano

Tra le varie -malcelate e visibili- discriminazioni subite dai giovani in Italia, ve ne è una in particolare che mina i diritti politici di questa categoria. Se ne è sicuramente molto parlato, come è solito nel nostro Bel Paese, e come è sempre solito in Italia, una volta terminata la wave ci si ritrova in una nulla di fatto. Non si parla unicamente di studenti, ma anche di lavoratori, tutti cittadini tra i 18 e i 35 anni che ad ogni “giro di boa” si ritrovano discriminati per un cavillo burocratico. Di fatto, questa massa di giovani, non può esercitare il proprio diritto di voto, in quanto secondo la legge italiana il diritto di voto può essere esercitato solo nel luogo di residenza.

In Italia la situazione giovanile è chiaramente in crisi e seguendo la logica benaltrista, ci sarebbero sicuramente “problemi più importanti” o “priorità maggiori” come possono essere i problemi dell’affitto, o dell’housing in generale, la mobilità, le tasse universitarie e via discorrendo. Segue però un’altra deduzione logica a questo punto: le cose non ci stanno bene-vogliamo cambiare le cose-per farlo il nostro strumento è il voto-non possiamo votare nella città dove studiamo. Lo strumento del voto, spesso dato per scontato o snobbato nella narrazione del “magna magna” è l’unico mezzo che un esercito di giovani può utilizzare per migliorare la propria condizione, e per ironia della sorte, nel nostro Paese gli è negato.

La maggior parte dei Paesi europei già consentono il voto in mobilità per ragioni di studio e lavoro. Come per la questione dell’eutanasia, dove la politica non arriva, ci si attrezza per arrivare alla Corte costituzionale. C’è però a quanto pare una riforma che estenderebbe la partecipazione politica dei giovani, si tratta di far votare i cittadini in mobilità – per lo più studenti e lavoratori fuori sede di cui abbiamo parlato- nel luogo in cui sono domiciliati. Non è però una novità, in realtà vi sono state diverse proposte a riguardo, da parte di vari schieramenti politici, ma nessuno al momento è riuscita ad andare in porto.

La questione è più grave di quanto si pensi, infatti i cittadini in mobilità si aggirerebbero intorno ai 2 milioni, che a ogni chiamata elettorale devono lasciare la città in cui studiano o lavorano per tornare al comune di residenza per esercitare il loro diritto al voto. Nel 2019 secondo alcune analisi, i soli studenti che frequentano un’università in una regione diversa da quella in cui hanno la residenza sarebbero circa 450.000. Dato ancor più grave (perché economico a quanto pare) è quello delle spese del Ministero dell’Economia per rimborsare i viaggi: 8 milioni di euro circa. Chiaramente la spesa statale per garantire l’esercizio di voto è lodevole, senonché questa spesa potrebbe essere facilmente evitata modificando una legge già esistente.

In Italia, infatti, è già previsto il diritto di voto lontano dalla residenza per alcune categorie: degenti, militari, detenuti. Per tutti gli altri come già detto, è previsto un rimborso parziale dei costi di viaggio per raggiungere il seggio elettorale. Va notato che il rimborso (gli 8 milioni sopra citati) è parziali, ciò significa quindi che si sta attuando una vera e propria discriminazione nei confronto di chi un viaggio per andare a votare, non può permetterselo. Si deve quindi, tra le altre motivazioni, aggiungere anche questa ai tristi cali delle affluenze ai seggi. Un sistema del genere è quindi inadeguato e anticostituzionale, dato che all’interno della nostra Carta si parla di gratuità nell’esercizio del voto e di dovere di rimozione degli ostacoli alla partecipazione politica di tutti i cittadini da parte della Repubblica. (art.3 Cost. n.d.r.)

In aggiunta a tutto ciò, va ricordato che il nostro sistema elettorale consente già il voto a distanza per i residenti all’estero -per cui spendiamo 7 milioni di euro- e garantisce lo stesso diritto agli studenti Erasmus che si trovano in altri Paesi europei. Oltre al parlare di discriminazioni verso i più giovani, va ricordato che la fascia che abbiamo identificato, degli studenti e lavoratori tra i 18 e i 35 sono per lo più provenienti da regioni meridionali, in cui le percentuali di voto sono molto più basse di altre regioni.

Per la nostra classe politica non si parlerebbe nemmeno di elaborare una chissà quanto articolata legge elettorale per garantire questi diritti, in quanto basterebbe semplicemente copiare ad esempio il sistema attuato in Germania: ovvero, il voto viene consentito per corrispondenza o in un altro seggo. Belgio, Francia e Paesi Bassi prevedono il voto per delega, così come Spagna e Svizzera.

Si è molto parlato di voto ai sedicenni, basandosi sull’esperienza di Austria e Malta; ultimamente si è parlato di dote ai diciottenni, come se i giovani avessero bisogno di piccole concessioni e contentini, quando in realtà quello che alla parte più attiva del nostro Paese viene impedito è l’unico diritto che realmente permette cambiamenti all’interno del nostro ordinamento democratico: il sacrosanto diritto al voto.