UNIONE DEI GIOVANI DI SINISTRA Cultura,Politica,Storia Lucio Magri non era un eretico

Lucio Magri non era un eretico


La possibile storia di un intellettuale pratico

 

Quando il 28 novembre 2011 Lucio Magri decise di porre fine alla sua vita in una clinica svizzera, la stampa si divise nella collocazione dell’intellettuale bergamasco, fra le etichette di “Eretico” e di “Ortodosso”, equidistanti dalla realtà della sua azione politica e dei suoi scritti. Nella coerenza eterodossa dell’opera di Lucio Magri si può intravedere in controluce l’originalità, le aspirazioni e gli errori dell’esperienza del comunismo italiano, oltre che la personale e rigorosa parabola di un personaggio fondamentale della storia politica del nostro ‘900.

 

Un marxista italiano. Una chiave di lettura meno superficiale della vita e del pensiero di Magri può essere quella di Perry Anderson, che nelle pagine della rivista statunitense New Left Review scrisse “[Lucio Magri, n.d.r.] È stato l’unico intellettuale rivoluzionario in grado di pensare in sintonia con i movimenti di massa sviluppatisi durante il corso della sua vita. La sua riflessione teorica si è radicata realmente nell’azione, o nella mancanza d’azione, degli sfruttati e degli oppressi”. In sostanza un intellettuale pratico, che dal marxismo non chiedeva una improbabile scienza della storia, ma strumenti di analisi della realtà, la possibilità di comprendere a fondo le cause vicine e lontane dei grandi avvenimenti del suo tempo. Un marxista italiano e figlio della migliore tradizione italiana, che da Labriola e Gramsci aveva ben appreso la lezione della “filosofia della praxis”.

 

Una formazione atipica. Fin dalle prime elezioni libere Bergamo è una delle province più bianche d’Italia: la Democrazia Cristiana prende puntualmente percentuali bulgare e, se si vuole far politica, la DC sembra una scelta obbligata. Il giovane Lucio, rientrato bambino in città dopo una prima infanzia passata nel deserto libico col padre aviatore, non fa eccezione e si iscrive alla Balena Bianca, sotto l’ala di Dossetti, il più -per lui la definizione è decisamente calzante- eretico dei democristiani. Quando l’esecutivo della giovanile del partito, favorevole al dialogo con i comunisti, viene sciolto e Dossetti decide di prendere i voti e lasciare la politica, Magri ha ormai maturato dentro di sé la scelta di diventare comunista. In pochi anni passa dalla segreteria cittadina a Botteghe Oscure.

 

‘68 e Manifesto. Nella tarda primavera del 1968 un’Alfa Romeo Giulia passa il confine Italo-francese. Nessuno pensa di fermarla: i doganieri francesi sono in sciopero per i “fatti di maggio” che stanno scuotendo il paese dalle fondamenta, gli italiani fanno finta di niente. All’interno della vettura, diretta proprio verso i moti studenteschi di Parigi, ci sono Rossana Rossanda, Filippo Maone e Lucio Magri. Gli ultimi due si alternano alla guida del mezzo, nonostante Lucio non abbia la patente, per arrivare più velocemente possibile lì dove si sta svolgendo la cosa più simile ad una rivoluzione in Occidente da decenni a questa parte: università occupate, scontri violenti nel quartiere latino, operai e studenti uniti nella lotta. Magri vede tutto, nel vivo della lotta studia e scrive impressioni ed analisi, da cui nasce Considerazioni sui fatti di maggio. In questo instant book ante litteram Magri comprende le cause della deflagrazione francese con sorprendente acutezza, evidenziando le enormi potenzialità non sfruttate per errori strategici del PCF e dei sindacati.

Settimane più tardi i tre torneranno in Italia con due libri, quello di Magri e L’anno degli studenti di Rossanda, e la convinzione che Praga e Parigi abbiano cambiato il corso della storia di qua e di là del muro. Un cambiamento che il PCI, nonostante l’originalità del partito rispetto ai fratelli del resto d’Europa (PCF su tutti), non ha compreso a fondo. Meno di un anno più tardi Rossanda, Magri, Castellina, Pintor (unico con un significativo trascorso da giornalista) fondano Il Manifesto senza il consenso del partito, le cui pagine sanciscono una forte rottura con la linea storica del comunismo italiano. Il vice segretario Berlinguer tenta di mediare, ma un editoriale scritto da Lucio Magri e firmato da tutta la redazione del giornale, intitolato laconicamente “Praga è sola”, rompe ogni possibilità di dialogo. Pochi giorni dopo tutta la redazione viene espulsa dal partito per frazionismo.

 

 

PDUP, un partito provvisorio. Dopo il fallimentare esperimento del Manifesto-partito, una parte della sinistra extraparlamentare si coagula nel Partito di unità proletaria, formato da ex socialisti (il padre costituente Vittorio Foa su tutti) e i reduci della redazione del Manifesto. I socialisti presto abbandonano il progetto, lasciando agli ex manifestini e pochi altri le chiavi del partito.

La linea che Magri, subito segretario, dà al PDUP è originale ed estremamente pragmatica: non considerando la sinistra extraparlamentare un soggetto stabile su cui costruire un progetto politico e data l’esigua dimensione del partito, il PDUP si colloca alla sinistra del PCI cercando di influenzare la base del PCI stesso, collaborando col “fratello maggiore” pur nel rispetto della reciproca autonomia. Un partito-strumento per la rifondazione della sinistra dopo il fallimento della linea del Compromesso Storico.

Un partito, per le stesse parole di Magri, provvisorio e conscio della propria provvisorietà: “Dobbiamo avere un partito. In una strategia di ristrutturazione della sinistra; questo partito deve concepire la propria provvisorietà e deve sapersi mettere in discussione, giocarvi di continuo in una iniziativa unitaria. Ma ciò esige tanto più una autonomia ideologica, una compattezza organizzativa, un’alta qualità dei quadri.” Nel 1984 la provvisorietà del PDUP si conclude confluendo nel PCI di Berlinguer, a cui il segretario ha dato finalmente una nuova ed originale linea, quella dell’alternativa democratica e dell’eurocomunismo.

 

Dalla parte giusta. Ma la morte di Berlinguer interrompe bruscamente la strada intrapresa, avviando il percorso che porterà alla Bolognina ed allo scioglimento del PCI.

Magri è fra i contrari, denuncia i rischi di una rottura drastica nella storia e nella struttura della sinistra. Vinceranno i favorevoli, ma sarà la cruda realtà a dar ragione a Magri: centinaia di migliaia di iscritti e milioni di voti andranno persi, non trovando casa né nel PDS, né nel PRC (a cui Magri aderisce fin dalla fondazione).

Nel’95 partecipa alla scissione dei Comunisti Unitari, per poi lasciare la politica quando questi confluiscono nei DS. Torna al giornalismo (ed al Manifesto) curando il mensile la rivista del Manifesto dal ‘99 al 2004.

 

Un testamento. Mentre scrive il meraviglioso Il sarto di Ulm-una possibile storia del PCI, un sofferto e ragionato bilancio dell’esperienza storica del più grande ed originale partito comunista d’Occidente,  muore l’amatissima moglie Mara Caltagirone. Conclude l’opera in suo onore, tradotta poi in tutte le maggiori lingue.

Decide silenziosamente, senza clamore ma nemmeno nascondendolo, di morire. “[Mara, n.d.r] per me è una perdita irreparabile. Volevo morire con lei ma mi ha chiesto di non farlo. Mi ha detto che dovevo finire il mio libro. Ecco, adesso il libro è finito. Ha avuto anche un buon successo. Adesso sono arrivato al termine”.

Il finale coerente, razionale di un comunista antidogmatico, di un intellettuale pratico.

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