UNIONE DEI GIOVANI DI SINISTRA Politica,Storia I conti senza l’Ostalgie

I conti senza l’Ostalgie


Il rimosso (ed il rimorso) del socialismo reale impedisce un’analisi politica del ‘900 e la creazione di un nuovo movimento di radicale emancipazione del lavoro dal capitalismo.

L’ultimo natale rosso. Il 25 dicembre 1991 la bandiera rossa sventola per l’ultima volta sul Cremlino: Gorbaciov cede il potere ad El’sin, che il giorno successivo scioglie l’Unione Sovietica e proclama la nascita della Repubblica Federale Russa. Nei mesi precedenti erano stati i paesi del patto di Varsavia ad abbandonare il socialismo per abbracciare la democrazia liberale, sull’onda della caduta del muro di Berlino. Il passaggio di consegne, con l’eccezione della Romania di Ceausescu, era avvenuto pacificamente, come se anche le leadership socialiste si fossero convinte, da profezia di Fukuyama, che la storia fosse finita. Spesso furono le stesse classi dirigenti, prontamente convertite al nuovo sistema, a guidare la brutale transizione da socialismo a capitalismo.

Il tramonto ad Occidente. Il veloce ed inaspettato collasso del socialismo reale si ripercuote anche ad Occidente, dove la maggior parte dei partiti comunisti europei escono in ginocchio da quei difficili mesi. Il più grande partito comunista europeo, il PCI, decide di sciogliersi, al prezzo della perdita di centinaia di migliaia di iscritti, milioni di voti ed una sanguinosa scissione.
Il capitalismo trionfante può ora riprendersi tutto ciò che era stato costretto a concedere in termini di welfare, diritti ai lavoratori e tutele negli anni della guerra fredda. Senza più contrappesi internazionali e nazionali, queste conquiste manifestano tutta la loro provvisorietà, attaccate anche da governi di centrosinistra. Le grandi strutture sovranazionali, come l’ONU, perdono influenza, con il proliferare di interventi arbitrari degli Stati Uniti e dei suoi alleati. L’UE negli stessi anni imbocca decisa la strada del neoliberismo con il trattato di Maastricht.

Cina, Cuba e gli altri. A distanza di 30 anni, possiamo dire che la profezia dell’inevitabile vittoria della restaurazione capitalista fu un’illusione. Oggi la prima economia mondiale (a parità di potere d’acquisto) è la Cina, stato socialista con riforme di mercato, che dalle riforme di Deng vive in una sorta di lunga NEP che ora il presidente Xi sembra apprestarsi a chiudere. Cina, che come Cuba e Vietnam nasce dalla più importante eredità del comunismo novecentesco: l’inarrestabile processo di decolonizzazione di Asia, Africa ed America Latina. Il più radicale fenomeno democratico degli ultimi secoli è stato guidato dal movimento comunista internazionale, che già dai primi giorni della rivoluzione d’Ottobre aveva messo la liberazione degli “schiavi delle colonie” fra le sue priorità. L’indipendenza, l’alfabetizzazione, L’industrializzazione di larga parte del secondo e del terzo mondo sono un risultato titanico, ottenuto spesso in condizioni disperate, del comunismo novecentesco. Un processo che continua ancora oggi, adattandosi alla realtà del XXI secolo.

Sotto le macerie. Ma il colpo inflitto dalla fine del socialismo reale sembra aver modificato geneticamente il comunismo ed il marxismo occidentali. Negli anni successivi si sono moltiplicate nel nostro campo analisi traballanti dei fatti d’Ungheria, pretese di equidistanza fra imperialismo americano e (presunto) imperialismo sovietico, condanne pretestuose ai paesi socialisti. Alla ricerca di una nuova purezza ideologica, il marxismo occidentale ha assorbito categorie interpretative liberali scambiandole per democrazia; credendo di inserirci nel solco della via italiana al socialismo, ne abbiamo corroso i pilastri teorici e pratici. 

Un errore gravido di conseguenze, da un lato scavando un solco fra socialismo occidentale ed “orientale” (come sottolineato da Domenico Losurdo), dall’altro privandoci degli strumenti per comprendere e strutturare i nuovi movimenti di emancipazione. Fino al paradosso per cui, mentre nei paesi della fu “tirannide comunista” (espressione di Giorgia Meloni, che dell’anticomunismo d’accatto ha ormai fatto una cifra stilistica) cresce l’ostalgie, la condanna occidentale è diventata dogmatica è vuota di qualsiasi analisi storica e politica.

Dall’altro lato delle macerie. Non meno vuota è la scelta di alcuni movimenti e partiti di rivendicare il socialismo reale senza nessuno spirito critico, facendo all’esperienza al socialismo reale il peggior servizio possibile: chiuderlo in una teca polverosa, senza ragionare sul perché un sistema apparentemente inscalfibile sia potuto collassare su se stesso. Rinunciando ad una giusta analisi, essi inconsciamente rafforzano l’idea del “there is no alternative” al capitalismo finanziario.La nostalgia da sola non mobilita e le masse. In Repubblica Ceca, uno dei pochi casi in cui il partito comunista locale non si sia reinventato socialdemocratico, la miopia delle classi dirigenti ed il mancato ricambio generazionale ha portato il partito dal 20% del 2004 a meno del 4% di pochi mesi fa, quando è rimasto per la prima vota fuori dal parlamento nazionale.

 

Parliamone. Ospite di un incontro organizzato dai Giovani Comunisti nel 2010, Lucio Magri (comunista atipico di cui trovate un ritratto qui) notò questo sulle domande postegli: “Negli incontri che ho fatto sin qui nessuno ha pronunciato la parola «Stalin» o le parole «Rivoluzione d’ottobre». Neanche il nome. Nessuno che abbia sottolineato l’importanza della rivoluzione cinese in un intero continente”. 

Riprendo questo breve stralcio, tratto da un intervento illuminante per profondità e lucidità storica e politica, per invitare i compagni e le compagne a non chiudere il nostro passato in un cassetto. Parliamone, facciamo collettivamente quell’analisi che abbiamo deciso di evitare per tre decenni. Tiriamo fuori da quell’esperienza tutto quel che ci fu di progressivo e vivo, separandolo da ciò che fu frutto delle contingenze di un “secolo di ferro” come il XX. Compagne e compagni, non accontentiamoci di adattare in chiave pseudomarxista analisi liberali. “Non c’è pratica rivoluzionaria senza teoria rivoluzionaria”, come non c’è analisi del presente senza un sofferto bilancio della storia.

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