UNIONE DEI GIOVANI DI SINISTRA Cultura,Storia Ariva i barbari (dalla Sicilia)

Ariva i barbari (dalla Sicilia)


Storia di un cantautore, un sindaco e due città 

Titta, un sindaco “da giù”. È il 1946 a Venezia. Le prime elezioni libere, dopo 20 anni di podestà fascisti, eleggono sindaco Giovanni Battista Gianquinto, per tutti i veneziani “Titta”. Siciliano di Trapani ma veneto d’adozione, comunista, partigiano nella resistenza veneta, Gianquinto diventa ben presto uno dei sindaci più amati nella storia della città, per i suoi modi decisi, la predisposizione al dialogo e l’attenzione alle differenze che una città composita e conflittuale come Venezia strutturalmente si trascina. Crea comitati di quartiere a cui delega ampi poteri, è in prima linea negli scioperi e nelle vertenze sindacali, con fascia tricolore, voce baritonale e modi schietti.

 

Trapianti a Venezia. Da Trapani, nei turbolenti anni della della guerra, erano arrivati anche i D’Amico, fuggiti dalla Sicilia invasa dagli Alleati per raggiungere un parente in servizio alla Polizia a Venezia. Qui nasce, pochi mesi dopo, Alberto.

Fra le quattro mura umide di casa si parla un siciliano non diverso da quello che colora qua e là l’italiano dei romanzi di Camilleri, ma il giovane Alberto impara presto il veneto (o meglio il veneziano, la più dolce e meno ridondante fra le cadenze della regione). Lo fa senza sforzo, fra una partita a “balòn” e l’altra nella popolare ed orgogliosa Giudecca, a cui anni più tardi dedicherà strofe cariche d’amore e riscatto. Sì, perché quel veneziano dal cognome così insolito ha una voce calda, seppur austera, da poeta prestato alla musica.

Da meridionale tarchiato e dai baffi folti neri, così distante dai tratti somatici tipici del “Profondo Veneto”, D’Amico diviene il cantore della Venezia proletaria ed autentica, con un rapporto viscerale con la sua città pari a quello di Brassens con Parigi o De André con Genova.

 

Una voce per Venezia. Gualtiero Bertelli, che lo inizia alla musica col Canzoniere Popolare Veneto, racconta: “Si presentò in compagnia del pittore Romano Perusini, che ci ospitava per le prove nel suo studio veneziano, e ci disse che gli piaceva cantare”.
Da autodidatta impara presto qualche rudimento di chitarra con cui accompagnare versi in italiano e, soprattutto, dialetto. Versi veneziani fino all’ultima sfumatura, con la Storia e le storie così vicine da sfiorarsi, fino a confondersi.

D’Amico è, nella vulgata popolare, anche il cantautore delle feste dell’Unità e del PCI veneziano, a cui non risparmia però critiche (in italiano, per essere chiaro anche ai “foresti”), come nella canzone Il mio partito saluta Mosca, che chiosa “Il socialismo nel mio paese/ma chissà quando che si farà/sarà la colpa di troppe chiese/di troppe feste dell’Unità”.

Ma D’Amico è molto altro. I suoi versi accompagnano  le lotte operaie (in cui è attivo, in veste di consigliere comunale d’opposizione, un ormai anziano Gianquinto) degli anni ‘70, ma custodiscono anche la storia della Venezia degli ultimi, ai margini di palazzi e dogi, raccontata nella sua canzone più nota Ariva i Barbari (e la sua seconda parte, Venessia Patria mia diletta): una cavalcata che parte dall’origine mitica della città, fatta risalire alle invasioni barbariche, ed arriva fino a noi, vista attraverso gli occhi di una apparentemente immortale coppia composta da una innominata prima persona e la compagna Luisa, a far le veci di un popolo atipico ed orgoglioso. Si susseguono i secoli a ritmo incalzante, dalle guerre della Serenissima (Co le scage i s’à fato ‘na flota veloce/coi spini archi lance e frece/i squarta i te buta l’ogio che boge/el capo pirata se ciama Doge) a Marco Polo (‘sta carovana no la gh’ò capìa/semo cristiani e femo rassìa/Luisa che ladro che xe Marco Polo/cori che i mongoli ne core drio), sempre con quel disincanto popolare ed ironico che ne hanno fatto una canzone-simbolo della città.

Nell’album omonimo Ariva i Barbari, il più bello del cantautore e forse della musica in lingua veneta, le due tracce gemelle sono divise dalla struggente Cavarte dal fredo, desolante racconto dello spopolamento e della turistificazione della città, fra rassegnazione (San Marco e i palassi i vol salvar/però i venessiani pol anca ‘spetar/i salvarà i santi, la xona industrial/Valeri Manera col cardinal) ed estremo attaccamento (E i veci no parte, i ‘speta a morir/i mor venessiani, i mor col so vin).

 

Tre mari, un uomo. Un attaccamento insolubile, che nemmeno la distanza fra la laguna e Cuba, dove in cantautore aveva deciso di vivere gli ultimi anni, riesce a recidere.

Ed è a Cuba, a Santiago, che Alberto d’Amico si è spento il 19 giugno 2020.

Pare che abbia chiesto di essere cremato, e che le ceneri vengano sparse nei tre mari della sua vita: la laguna veneta, il mare di Trapani e l’oceano al largo di Cuba. Un degno, ultimo coup de théâtre nella vita di confine di un cantautore atipico.

 

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Related Post