Appunti dal plenum, pt.1


Dall’epocale sesto plenum al confronto con Joe Biden, l’ultimo mese è stato uno dei più significativi nella storia recente della Cina. Ne abbiamo parlato con Davide Clementi, laureato in giurisprudenza con una tesi sulla regolamentazione di Internet e del commercio nella Repubblica Popolare, ha già scritto di Cina per Rolling Stone e Qualcosa di Sinistra.


Per cominciare,
cos’è un plenum e qual il suo ruolo nel sistema cinese?

Il Plenum è un’assemblea prevista dalla costituzione del Partito Comunista Cinese, cosa ben diversa dalla costituzione della Repubblica Popolare Cinese. Secondo l’articolo 22 della Costituzione prende il nome di Plenum o sessione plenaria; è un’assemblea convocata dall’ufficio politico del comitato centrale del PCC almeno una volta all’anno. La consuetudine è avere 7 plenum nel quinquennio di vita tra ogni congresso nazionale del partito e l’altro. Attualmente si è celebrato il sesto plenum, quello solitamente riservato alle questioni culturali all’interno della società cinese e del PCC.

I primi due plenum vengono dedicati a questioni più burocratiche, al passaggio tra una istituzione e l’altra di membri importanti, ad alcune modifiche degli organigrammi politici, anche a comprendere chi avrà certi ruoli nell’amministrazione dei vari governi a livello centrale e locale.

Il terzo plenum è dedicato alle questioni di natura economica, solitamente considerato il più importante: il terzo plenum dell’undicesimo comitato centrale, per fare un esempio, aprì il periodo delle riforme di Deng Xiaoping.

Il quarto plenum va a discutere di questioni legate al governo, alla legge, al diritto, a tutte le questioni politiche che possono riguardare il partito.

Il quinto plenum è quello che tratta la pianificazione economica. Vengono approvate le traiettorie dei piani quinquennali.

Il sesto plenum tratta di questioni di natura culturale.

Il settimo plenum è quello dedicato alla redazione del cosiddetto “rapporto di lavoro” che serve a dare un’idea di quello che è accaduto nel quinquennio di vita del Congresso Nazionale.

Questo plenum ha trattato, per la terza volta dalla fondazione del PCC, della storia del partito. Il partito trae un bilancio di quella che è la sua esperienza storica.

 

Giustamente, perché sono i 100 anni del PCC. Abbiamo visto con le celebrazioni di questi mesi.

Esatto.

 

Perché la risoluzione di Xi è epocale? Alcuni giornali, soprattutto di indirizzo liberale, hanno parlato di una “riscrittura della storia”. È una definizione che ha senso usare o è qualcos’altro la risoluzione di Xi?

Bisogna intendersi su quello che è parlare di storia. Il PCC ha parlato di storia per 3 volte. La prima volta è stata con Mao, negli anni ’40, ai primordi della guerra civile, in un momento dove il PCC stava riorganizzandosi a seguito della II guerra mondiale, che in Cina parte nel ‘37. La seconda volta nel periodo di Riforme e Apertura, e adesso con Xi Jinping in questa occasione. Sono tre momenti segnati da passaggi epocali nella storia del partito. In una si trae il bilancio dei primi 20/25 anni di vita del partito, quelli della lunga marcia, della guerra sino-giapponesi, delle due guerre civili; nella seconda risoluzione storica il bilancio che si trae è dall’esperienza maoista, dello stato e delle politiche economiche adottate sotto la direzione di Mao. Adesso si guarda al periodo di Riforme e Apertura. Per la prima volta si incomincia a prendere le distanze da una politica che ha segnato per 40 anni l’atteggiamento della Cina verso il mondo. Alcuni analisti vedono un passo indietro, di ritorno alla chiusura della Cina verso il mondo rispetto alla politica della “porta aperta” e di apertura in generale ai capitali economici e alle influenze straniere. Per gli operatori economici e non soltanto è una risoluzione che è difficile da interpretare seguendo i nostri canoni di principio e sicuramente sarà da vedere come questo influenzerà la politica, l’economia e i rapporti internazionali fra Cina e resto del mondo.

 

Quindi si può parlare di qualche passo verso il superamento dell’epoca di Deng e delle aperture?

Sicuramente sì, a mio giudizio si può parlare di un momento successivo rispetto a Riforme e Apertura. La politica del PCC non è mai di superamento o di negazione totale del passato, il partito compie una sintesi di quello che è il suo passato. Esattamente come per Deng il maoismo non era completamente da abiurare, nonostante i suoi errori (la famosa formula del  70-30). Allo stesso modo si sta facendo ora. Le Riforme e l’Apertura sono state un periodo fondamentale della storia economica cinese, Deng ha arricchito la Cina, ma ora è tempo di renderla forte. Mao l’ha resa Stato, Deng l’ha resa ricca, Xi la sta rendendo forte. L’epoca precedente viene vista come un normale passaggio di potere. Le righe dedicate all’esperienza storica di Deng Xiaoping sono 7 e sono le stesse dedicate a Jiang Zemin, il suo successore, per Hu Jintao 5 righe. Il passaggio è quantomeno un ridimensionamento delle Riforme e Apertura, anche dal punto di vista del lavoro speso per parlarne.

 

Anche perché è un sistema diverso a livello istituzionale. Il sistema sostanzialmente monopartitico consolida l’idea di una lenta evoluzione che sta rafforzando  la Cina, per superare il secolo della vergogna.

Sì, il secolo dell’umiliazione è quello che va dal 1845 fino al 1949. È il secolo che va dall’inizio dell’aggressione coloniale con i trattati di Nanchino all’unificazione e alla proclamazione della Repubblica Popolare. È il lungo secolo dove la leadership comunista cinese tutta, dalla fazione di Jiang Zemin alla fazione più radicale legata al maoismo e al neo-maoismo, sono concordi nel dire che quel secolo è un errore storico. È qualcosa giudicato come un momento, non la regola. Xi vuole completare questa transizione e superare definitivamente il secolo dell’umiliazione.

 

Oltre all’idea dell’indipendenza nazionale e del superamento del secolo dell’umiliazione, quali altri punti di continuità ci sono tra i segretari che vanno da Mao in poi?

Un punto di continuità è l’idea della leadership del partito. Spesso viene dimenticata quando si parla di Cina. Anche durante l’epoca delle aperture il PCC e Deng pensavano che è il partito a dover essere guida e avanguardia dello stato. E questa idea è presente nella presidenza di Xi. Questo nonostante in passato il partito abbia fatto alcuni passi indietro, anche per favorire la crescita economica: dismissione di tantissime aziende di stato, l’attuazione di una politica di “lasciare andare le piccole, tenere le grandi” (metodo utilizzato per intendere la privatizzazione economica, che in realtà era un passaggio delle forme di capitalizzazione pubblica e non di governo diretto dell’azienda di stato). Oggi è ancora più evidente che il governo cinese e il partito comunista ritengono di essere l’ente politico che legittima l’esistenza stessa dello stato cinese ed è rimasto da Mao fino a Xi Jinping. A livello economico c’è l’idea della modernizzazione economica. A più riprese si è tentato di portare un paese semi-feudale a riformare il proprio tessuto economico. Mao ha fallito, nella misura in cui le politiche attuate soprattutto nel cosiddetto “Balzo in avanti” sono state una catastrofe, Deng ci è riuscito. Xi vuole portare a compimento questo indirizzo politico, soprattutto in alcuni settori chiave come quelli tecnologici.

 

L’idea della centralità e leadership del partito nello stato è nato in URSS, e nel momento in cui si è stato scelto di provare a superarla in pochi anni l’Unione è caduta. Cos’ha imparato il PCC dall’implosione sovietica?

O: Non fare la fine dell’Unione Sovietica  è una delle due ossessioni del PCC, insieme a non ripiombare nel “secolo dell’umiliazione”.

 

Non dobbiamo quindi aspettarci un “Gorbaciov cinese”

No. Si pensava Xi Jinping potesse essere il Gorbaciov della Cina, ma non è così. È evidente che per i prossimi 5/10 anni la Cina non sarà mai in mano a un “Gorbaciov”. In ogni caso non c’è un omologo storico per Xi, non è paragonabile a nessuna delle personalità storiche precedenti come Mao, Deng, Breznev…

 

Quindi il parallelo tra URSS e Cina che viene spesso fatto è a inefficace?

Ogni parallelismo è fallito.

 

La risoluzione spiana la strada ad un inedito terzo mandato di Xi? Perché questo terzo mandato molto sarebbe una novità per la Cina post-maoista?

Che il terzo mandato sia scontato sì. Non soltanto perché nel 2018 è stato abolito il limite di mandato per presidente e vice presidente della repubblica. Ma proprio perché le risoluzioni politiche del partito fanno pensare che rimarrà presidente almeno un altro mandato. Da Deng in poi è valsa la regola che il presidente rimanesse in carica due mandati soltanto. Un’eccezione importante è quella di Deng , che non è mai stato né presidente della repubblica né segretario del PCC. Deng ha sempre mantenuto un’altra posizione, quella di presidente della commissione militare centrale. Si tratta una “istituzione con due nomi”, per usare un termine cinese, dove partito e stato non hanno un doppione, ma un unico organo condiviso. Deng muoveva le fila da lì. Jiang Zemin è stato sia presidente della repubblica che presidente del partito che presidente della commissione militare centrale quando Deng ha lasciato la carica. Hu Jintao come Jiang Zemin è rimasto per due mandati. Xi Jinping sembra non rimanere in carica per due mandati. Mandato a vita? Difficile, potrebbe assumere il ruolo di presidente della commissione militare centrale, se non dovesse emergere una leadership chiara e mandare avanti un uomo delle sue file.

 

Assumerebbe quindi una posizione più defilata come fece Deng?

Sì, da una posizione più periferica, ma neanche troppo: è comunque l’organo che comanda l’esercito popolare di liberazione, “l’arma del partito”: lo Stato serve il partito, l’esercito serve lo stato, quindi l’esercito serve il partito.

 

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