Appunti dal plenum, pt.2


Dall’epocale sesto plenum al confronto con Joe Biden, l’ultimo mese è stato uno dei più significativi nella storia recente della Cina. Ne abbiamo parlato con Davide Clementi, laureato in giurisprudenza con una tesi sulla regolamentazione di Internet e del commercio nella Repubblica Popolare, ha già scritto di Cina per Rolling Stone e Qualcosa di Sinistra. Trovate la prima parte dell’intervista qui

 

Come sta cambiando il rapporto della Cina con l’Occidente sotto Xi?

La risposta banale è che stanno peggiorando. Chiaramente è così, almeno a primo sguardo. È una Cina che sente di star riprendendo il suo ruolo nel mondo, ma non è del tutto forte come si potrebbe immaginare. Rimane la seconda potenza economica mondiale, il sorpasso con gli USA non è ancora avvenuto in termini di PIL non calcolato in parità di potere d’acquisto. È una potenza che non ha spese militari paragonabili a quelle della prima potenza mondiale. Il ruolo della Cina nell’economia globale è ancora legato a doppio filo alla catena di circolo del capitale internazionale. Il problema è che in un momento in cui le economie occidentali faticano a riprendere una marcia decisa e l’economia cinese continua la crescita, si rischia di creare un diaframma tra occidente e Cina anche nelle relazioni diplomatiche.  È evidente nella tecnologia: a quel livello la lotta tra una potenza che deteneva la maggior parte di brevetti in campo tecnologico, gli USA, e la Cina si ripercuote sull’economia cinese come su quella mondiale. È la crisi dei semiconduttori. Questo può essere un aspetto di criticità.

Ci sono altri aspetti in cui invece Occidente e Cina si stanno guardando negli occhi: ad esempio nella regolamentazione giuridica del cyber-spazio. La Cina nel 2014 ha istituito la Cyberspace Administration of China, un’altra “istituzione con due nomi” come nel caso dalla commissione militare centrale. È stata poi imitata dagli USA pochi anni fa e dal 2021 anche dallItalia. Si direbbero dei trapianti legali che la Cina sta “ispirando” anche negliordinamenti liberal-democratici. Sono esempi di un tipo di sistema che l’Occidente sta già attuando nei suoi ordinamenti. È più evidente nel sud est asiatico o in paesi autoritari, ma anche nel nostro “mondo libero” ci sono a tratti dei punti di contatto, nonostante le difficoltà di dialogo. La legge è uno di quei punti dove il dialogo tra Cina e Occidente non si sta interrompendo.

Mi verrebbe da dire che l’URSS ha tentato di costruire un sistema alternativo all’Occidente, cercando di creare un suo blocco politico-economico contrapposti a quello occidentale liberal-democratico a guida americana. La Cina ha costruito invece rapporti diversi, anche con gli USA. Già con Mao negli anni ’70 c’è stata un’apertura, quando gli Stati Uniti hanno riconosciuto la PRC anziché Taiwan come legittimo rappresentante della Cina. Con Deng si sono poi ulteriormente stretti i rapporti con l’Occidente.

Il rapporto fra Occidente e Cina è un po’ contraddittorio. Quando nel ’55 l’Italia mandò una delegazione in Cina, appena 6 anni dopo la proclamazione della Repubblica popolare e in un periodo in cui il Ministero non forniva neanche visti per il paese. La delegazione italiana era variegata, tra i membri più importanti vi erano Calamandrei e Nenni. Il dialogo più serrato e autentico tra Italia e Cina, c’è stato più con il PSI che con il PCI. L’Italia è dovuta sottostare più volte ad ingerenze da parte degli Stati Uniti nei rapporti con la Cina, ma anche il PCI ha dovuto subire le ingerenze di Mosca. Nel ’68 il segretario di Stato americano disse all’Italia “voi ci state sputando in un occhio”, in seguito delle dichiarazioni dell’allora ministro degli esteri italiano Nenni che aveva affermato in Senato di voler riconoscere la Repubblica Popolare. L’Italia stava tentando di emulare il governo laburista britannico di Attlee, il primo governo in Occidente che riconobbe la Cina, appoggiando tutta la politica cinese e affermando che la Cina è una e non si può dialogare con l’altra Cina, nell’ottica della riunificazione. Seguì ai britannici il governo francese di De Gaulle, con uno strappo clamoroso. Non a caso i negoziati per il riconoscimento italiano del governo cinese avvennero a Parigi. L’Italia si è ritrovata, un po’ per tensione della guerra fredda, un po’ per spinte interne, a riconoscere tardivamente la Cina. Alcuni nutrivano ancora la speranza che da Taiwan i nazionalisti tornassero a Pechino. Si è dovuto prendere atto che per dialogare con l’unica entità che controllava il 98% del territorio cinese bisognava riconoscerne l’esistenza.

Il rapporto tra noi italiani e Cina è estremamente profondo e può essere ulteriormente rafforzato. L’Italia ha sempre avuto un ruolo di ponte per la Cina (Il Ponte, non a caso, è la rivista dove Calamandrei pubblicò i reportage del suo viaggio di un mese lungo la Cina, con tanto di fotografie di un paese per gli occidentali sconosciuto). Storicamente con Marco Polo e Matteo Ricci, l’Italia funge da raccordo con la Cina e la Cina vede l’Italia come rappresentante della cultura occidentale ed erede dell’Impero Romano.

A livello giuridico l’Italia ha avuto un ruolo importante nella diffusione della cultura giuridica di matrice romana in Cina. 

I contatti con il mondo cinese sono fondamentali e vanno portati avanti in diversi campi, il diritto è uno di questi. Più difficile trovare una quadra sui valori, perché sono radicalmente diversi.

 

Anche il marxismo è un’invenzione occidentale che è arrivata per vie traverse in Cina ed ha avuto un ruolo particolare, una lettura particolare, usato come uno strumento per l’indipendenza nazionale

È una parentesi ampissima, perché ancora una volta uno strumento occidentale come il marxismo a livello economico-politico o, come può essere per me che lo studio, il codice civile sono strumenti quasi autoctoni dell’Occidente. Calandosi nel contesto cinese, finiscono per essere sinizzati e usati per scopi cinesi. Mentre il marxismo è uno strumento evidentemente nato in Occidente, sul codice si potrebbero dire tante cose; una di queste è che non è vero che i cinesi non hanno mai avuto un codice prima di quello recentemente approvato. Ne hanno avuti sia in fase imperiale che in fase repubblicana. Nel XIX secolo ci fu l’introduzione del codice del Grande Qing, significa che i cinesi già allora codificavano.


L’incontro tra
Xi e Biden e la risposta del presidente cinese “Chi gioca col fuoco si brucerà” in riferimento a Taiwan, riapre la questione taiwanese? Come siamo arrivati a questo punto in cui ci sono “due Cina”, entrambe che si riconoscono come legittimo rappresentante della Cina e entrambe con un territorio che non corrisponde all’intera Cina?

Il problema taiwanese nasce molto lontano, addirittura prima che nascesse la Repubblica di Cina. Nel 1895 il governo cinese, che allora era il governo dei Qing, firma il trattato di Shimonoseki. Con la firma del trattato Taiwan viene ceduta all’Impero giapponese. Insieme a Taiwan si perde anche il potere di imporre tributi sulla penisola coreana. Taiwan diventa territorio metropolitano giapponese, quindi territorio che fa a tutti gli effetti parte del Giappone, un po’ come accadde con l’Algeria e la Francia. Con la Seconda guerra mondiale, che in Asia parte un po’ prima, nel ’37, con l’incidente sul ponte di Marco Polo scoppia la guerra fra Repubblica di Cina, quindi tra Kuomintang e l’Impero giapponese. Guerra che in Occidente è completamente dimenticata, nonostante i venti milioni di morti tra Cina e Giappone. La guerra è combattuta dal Fronte unito, formato da PCC, Kuomintang e le altre realtà che componevano la Cina, all’epoca divisa in più cricche di signori della guerra. Una delle più famose era quella dei Ma, di etnia Hui, che erano musulmani e cinesi, da non confondersi con gli Uiguri, che non sono di etnia cinese ma turca. 

Il fronte unito dopo la guerra si rompe e riscoppia la guerra civile. Si pensava che questa guerra civile sarebbe stata facilmente vinta dai nazionalisti, in realtà provati da una guerra logorante con il Giappone. I comunisti stavano combattendo anch’essi, ma nello stesso tempo stavano diffondendosi e riprendendo il controllo di molte zone diverse dallo Shaanxi, la provincia dove venne terminata la Lunga Marcia. I comunisti escono fuori dalla II guerra mondiale con un esercito numerosissimo, preparato da anni di enormi difficoltà che riesce a fronteggiare e a vincere l’esercito del Kuomintang. Nella rotta di Chiang Kai-sheksi decide di spostare il governo nazionalista nell’isola di Taiwan. L’Esercito Popolare di Liberazione all’epoca non disponeva né di una flotta né di un’aviazione organizzata. Nella parata del 1° ottobre 1949, quella immediatamente successiva alla proclamazione in Piazza Tienanmen della Repubblica Popolare, l’aviazione comunista fece più volte il giro sopra Pechino, per sembrare più solida e numerosa di quanto realmente fosse. Di fatto i nazionalisti riescono a scappare a Taiwan e i comunisti non hanno le capacità militari per riconquistare l’isola. Nel frattempo Truman manda un reparto della flotta americana, la settima flotta, a schermare Taiwan. Da quel momento in poi l’isola è territorio, seppur con diverse schermaglie, difeso dagli USA. Mao sfrutta sapientemente, e viene sfruttato allo stesso tempo, dagli Stati Uniti nella guerra fredda contro l’Unione Sovietica: Stati Uniti e Cina si riavvicinano. Per dialogare la Cina pone una condizione: quella del riconoscimento ufficiale della Repubblica Popolare Cinese . Gli USA sono costretti a “disconoscere” Taiwan e a dire che il territorio cinese è uno. Il problema è che gli USA si pongono nel mezzo, dicendo “riconosco la Cina, ma difendo Taiwan, difendo la non dipendenza da Pechino di Formosa”. In questo modo si salvaguardia lo status quo della regione, che non è indipendente dall’idea di Cina perché Taiwan ancora oggi si chiama ufficialmente Repubblica di Cina, ma che allo stesso tempo non è Repubblica popolare. 

La Cina ha provato negli anni ’90, dopo l’handover di Hong Kong e Macao a traghettare Taiwan dentro il cosiddetto “One country, two systems”, facendo in modo che Taiwan si riconoscesse parte della Cina. Il tentativo è fallito, perché nel frattempo a Taiwan nasceva la spinta indipendentista legata al partito Democratico Progressista. Paradosso dei paradossi: il partito che continua a volere una riunificazione nazionale con la mainland cinese è il Kuomintang, che ancora spera, non per mano militare, di riconquistare la Cina continentale attraverso la pacificazione democratica. 

Quello che ci si può aspettare in questo momento è che la tensione aumenti: nel momento in cui i due fronti dello stretto vanno a pestarsi i piedi a vicenda, o qualora Taiwan cerchi di intessere rapporti diplomatici con chi l’ha disconosciuta (che sono la maggior parte degli stati), la Cina potrebbe entrare in territorio taiwanese con l’aviazione o la marina. Lì ci sarà lo scontro, e ci si augurache difficilmente sarà militare. Gli USA hanno più volte ribadito, anche a livello diplomatico, che salvaguarderanno l’indipendenza dell’isola, non toccando la sovranità limitatissima di Taiwan.

La Cina di 70 anni fa non è la Cina di oggi. Gli USA stanno cercando di capire di quali mezzi militari è effettivamente dotata la Cina, con il rischio di essere incapaci di salvaguardare anche dal punto di vista militare l’indipendenza di Taiwan. Il crinale qui è molto particolare, perché se a tutti gli effetti la Cina ha la capacità militare di riprendersi Taiwan, può farlo ma non ne ha la convenienza diplomatica, sarebbe una débâcle totale per la diplomazia cinese.

Xi Jinping ha assicurato che entro il 2049 l’unità nazionale sarà completata, proprio in vista della creazione di una società socialista moderna e per il completamento del “grande ringiovanimento della nazione cinese”. Come fare senza missione militare?

 

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