Lo smembramento del tessuto industriale italiano riguarda tutti e tutte noi

Lo smembramento del tessuto industriale italiano riguarda tutti e tutte noi

Gennaio 14, 2022 0 Di Clelia Li Vigni

La recente ondata di crisi industriali e delocalizzazioni ha portato all’attenzione mediatica il precario stato di salute della produzione manifatturiera italiana. Sono tante le vertenze aperte ed imponenti alcune delle mobilitazioni di questi ultimi mesi, in primis quella dei lavoratori della (ex) Gkn, stabilimento fiorentino della multinazionale inglese la cui proprietà – il fondo finanziario Melrose – ha deciso di chiudere improvvisamente il 9 luglio scorso. Ma oltre alla lotta della Gkn ci sono innumerevoli altre crisi, con il settore metalmeccanico particolarmente colpito. Le più recenti sono la Caterpillar di Jesi, dove gli operai sono in presidio permanente ai cancelli della fabbrica, la Bosch di Bari, gli stabilimenti ex-Magneti Marelli, fino alla Speedline, dove i licenziamenti sono stati ritirati ma il futuro dello stabilimento veneziano rimane estremamente precario.

 

In alcuni settori, come l’automotive, la crisi è così acuta che la FIOM ha deciso di dare il via a una campagna di mobilitazione straordinaria. “Safety Car” è il nome deciso dal sindacato dei metalmeccanici della  CGIL, e consisterà in una serie di assemblee con i delegati sui territori. L’obiettivo dichiarato da parte di Michele De Palma e Simone Marinelli, rispettivamente segretario nazionale FIOM e responsabile Automotive, è «l’individuazione di un percorso unitario di mobilitazione nazionale, affinché il settore possa continuare a garantire un futuro occupazionale e industriale nel nostro paese, con la proposta al governo di puntare a un Piano straordinario per l’automotive». Segno che la preoccupazione è tanta, alla luce del chiaro disimpegno di Stellantis dall’Italia. C’è quindi la necessità di alzare i toni dello scontro, per ottenere la risoluzione dei tavoli di crisi nel segno del mantenimento di occupazione e produzione, oltre a un piano di investimenti massicci nel settore nell’ambito del PNRR.

L’industria italiana sembra essere in affanno da tempo, specialmente le grandi imprese. Nel tempo si sono susseguite svariate crisi, alcune trascinatesi per anni: ricordiamo l’ex-Embraco di Chieri (Torino), la Whirlpool di Napoli, la Bekaert di Firenze; così come le vertenze di lungo corso come l’ex-ILVA di Taranto e le acciaierie di Terni e di Piombino. Questo trend di declino della produzione industriale è stato accentuato ulteriormente dalla pandemia, che come per tante altre criticità del nostro Paese (pensiamo alla precarietà dilagante, alle condizioni in cui si trovano le nostre scuole, o alla disuguaglianza economica) è stata un evidenziatore dei problemi preesistenti. Così è andata anche per il tessuto produttivo manifatturiero: la crisi ha rimarcato quanto questo stia scontando anni di disinvestimenti che in ultima istanza si manifestano nella condizione di crisi semi-generalizzata.

 

In tutto questo, la retorica che ancora oggi domina il dibattito pubblico sembra essere quella che il lavoro in fabbrica sia destinato a scomparire, che la produzione industriale in Italia diverrà obsoleta poiché automatizzata o delocalizzata laddove produrre costa meno, che la classe operaia non esista più. Tuttavia questa retorica è sfidata dall’emergere di importanti esperienze di mobilitazione e conflittualità portate avanti dagli operai e dalle operaie delle nostre fabbriche. Citare ancora il caso Gkn può essere scontato: che costituiscano l’avanguardia operaia è sotto gli occhi di tutti. Ma ci sono altre storie di resistenza e lotta operaia che vale la pena vivere e raccontare, come quella degli operai della Caterpillar di Jesi o delle operaie della Saga Coffee di Bologna e l’Ortofrutticola del Mugello di Marradi, vicino a Firenze.

 

Prendere parte e seguire attivamente queste vertenze è un buon promemoria di quanto la sorte di questi stabilimenti, e dunque dei lavoratori che per anni hanno portato avanti la produzione e creato valore, interessi tutti e tutte noi. Ci interessa perché potrebbe coinvolgere persone che conosciamo, e perché un domani noi stessi e noi stesse potremmo essere uno dei lavoratori o delle lavoratrici che lavora in queste fabbriche. E ci riguarda perché le mobilitazioni delle fabbriche in lotta devono essere allargate e divenire uno spazio in cui ognuno e ognuna di noi possa portare le proprie battaglie, da studenti e studentesse con un futuro incerto, da giovani precari e precarie, da disoccupati e disoccupate. In un mondo individualista ed atomizzato, è cruciale mettere in moto un processo di unione delle varie istanze e vertenze: la politica ha un ruolo di primo piano nel riuscire a tramutare criticità quotidiane sulla pelle dei singoli in azione collettiva che ribalti i rapporti di forza tra capitale e lavoro.