UNIONE DEI GIOVANI DI SINISTRA Cultura,Femminismo Di statue, donne e altre “quisquilie”

Di statue, donne e altre “quisquilie”

Due consiglieri comunali, Margherita Colonnello e Simone Pillitteri, hanno avanzato la proposta di installare una statua di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia in uno dei piedistalli vuoti di Prato Della Valle, a Padova.

La proposta ha scatenato un vespaio di critiche che si sono addirittura attirate l’attenzione del mondo d’oltremanica e d’oltreoceano con un articolo sul “The Guardian” e uno sul “New York Times”; nessun detrattore avversa la proposta perché ritiene che Elena Lucrezia Cornaro Piscopia non sia figura degna di essere ricordata per mezzo di una statua, il problema è, alternativamente, la poca storicità della scelta di piazzare una statua il cui scopo primario sarebbe quello di sancire l’impegno nel costruire una nuova (e inedita) parità tra generi all’interno della cornice del Prato della Valle, una presunta operazione di “cancel culture” che vorrebbe nascondere per mezzo di una e una sola statua il maschilismo imperante nella storia, l’impallidire di chi trema al pensiero di occupare i due piedistalli lasciati vuoti a memento della distruzione operata dall’Armata Napoleonica nel 1797.

Tutto condivisibile, sostenibile e in parte ragionevole, ma se si lancia uno sguardo distratto ai commenti delle “persone normali” su Facebook si comprende subito come il problema non stia nel rischio di scadere nell’astoricità, nel pericolo di rileggere il passato deformandolo con le lenti progressiste che oggi ci siamo calati sul naso o di dimenticare un episodio di violenza ai danni dei conquistati da parte di un esercito vincitore, il rischio vero è quello di concedere di più.

Un arguto commentatore sostiene, infatti, che se contassimo tutte le statue della Vergine Maria che ci sono a Padova il problema della sotto- e mis- rappresentazione delle donne negli spazi pubblici acquisterebbe immediatamente tutt’altre proporzioni dal momento che “Ce ne sono talmente tante”! Ecco dunque che si palesa l’elefante nella stanza, la verità che tutti sanno e che nessuno articola: le donne possono occupare lo spazio collettivo solo se si fanno mancanza. Nel caso specifico la Madonna rappresenta una donna immacolata, una donna che ha generato suo Figlio senza concepirlo per mezzo di un’espressione libera della sua sessualità, ricorda a ognuna di quante solcano questa terra che, se si vuole essere pure abbastanza per ascendere al Cielo (o anche solo per meritare una statua a Padova) è necessario sacrificare la propria sessualità, il proprio piacere e dedicarsi esclusivamente a quello che è il compito femminile più alto e nobile, mettere al mondo i figli di qualcun altro!

Quando si parla di donne, tutto quello che la collettività ci permette di vedere è un vuoto, una mancanza, pensiamo, per esempio, alla lodevole (e purtroppo assolutamente necessaria) iniziativa “Posto occupato” che prevede di lasciare uno spazio lì dove ci sarebbe dovuta essere una donna la cui vita è stata tranciata dall’altrui violenza. Quello è un “monumento” mobile che ogni vittima di violenza (e dunque potenzialmente ogni donna) riceve, ma le è riconosciuto solo quando è troppo tardi, quando quel posto non è più occupabile, quando ormai c’è solo un enorme vuoto, impossibile da colmare.

Se a fronte di ciò si decide di guardare alle statue effettivamente erette a memento delle donne la questione non diventa più rosea, anzi, più della metà dei monumenti dedicati a figure femminili è successiva agli anni Duemila, solo il 10% circa di questi è opera di un’artista e, in barba alla storicità o al decoro, molte rappresentano figure femminili seducenti e succintamente abbigliate anche quando l’intento è porre l’accento su aspetti tragici come la violenza sessuale1 o edificanti come il coraggio dimostrato dalle lavoratrici che abbandonarono i campi per unirsi all’insurrezione nel 18572. Ancora una volta la rappresentazione del femminile è un vuoto, un corpo inerte da riempire con il desiderio maschile; ancora una volta viene ricordato ad ogni donna, ragazza, bambina che per lei non c’è posto nella società civile, se non come oggetto dedicato alla soddisfazione degli uomini.

Voler, invece, rappresentare una donna che ha conseguito, prima nel suo genere, una laurea, osare così affermare che il femminile può essere molto più che un posto vuoto, uno spazio non occupato o un corpo fruibile scatena le polemiche e poi… non ci sono forse questioni più importanti di una statua di cui occuparsi?

 

No! Non ci sono argomenti più rilevanti della tutela del diritto femminile a coltivare ambizioni, aspirare a realizzare i propri sogni PRETENDENDO di non essere uno spazio vuoto, ma occupando persino il terreno pubblico, senza farsi piccole, senza annullarsi per realizzare gli altrui desideri.

Bisognerebbe dare seguito alla proposta dei consiglieri Colonnello e Pillitteri non tanto perché l’installazione di una sola statua risolverà il problema della quantità tristemente esigua (148 in tutta Italia, secondo una stima di “Mi riconosci?”) di effigi femminili, ma per cominciare, questa volta sì una statua alla volta, a migliorare la qualità della rappresentazione in modo da consegnare alle donne di oggi e ancor più a quelle di domani uno spazio pubblico costellato dal ricordo di illustri donne che abbiano realizzato se stesse raggiungendo grandi o piccoli traguardi e possano fungere da ispirazione e modello per chiunque non intenda più essere vuoto da colmare, ma voglia colmare i vuoti ed essere di più. E chi meglio di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, nell’anno in cui si celebrano gli ottocento anni dalla fondazione dell’Università di Padova, quando quest’ultima viene per la prima volta nella sua lunga storia guidata da una donna, la Dottoressa Mapelli, potrebbe fare da apripista?

 

Note:

      1. La statua “Violata” di Ancona

      2. La “Spigolatrice” di Sapri

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