UNIONE DEI GIOVANI DI SINISTRA Esteri Ucraina, pace, mondo multipolare: la nostra posizione

Ucraina, pace, mondo multipolare: la nostra posizione


Quanto segue è un adattamento dell’intervento di Giacomo Cervo, membro della segreteria nazionale dell’Unione dei Giovani di Sinistra, all’incontro “Istruiamoci per battere la cultura della guerra”, tenutosi il 17 marzo 2022 alla Camera del lavoro di Pavia

 

 Di fronte ai tragici fatti dell’invasione russa dell’Ucraina, abbiamo il dovere di mantenere la mente lucida, ragionare razionalmente. Non si può che partire dalla ferma condanna della politica putiniana, che dopo 30 anni riporta la guerra in Europa, e della narrazione, ideologica nella sua più deteriore accezione marxiana, che la giustifica: una narrazione imperialista e neozarista, che calpesta il diritto ucraino all’autodeterminazione e la stessa legittimità della sua esistenza come nazione. A prescindere dalla simpatia – nel mio caso gran poca – verso il governo ucraino e il suo presidente Zelenskij, non possono esistere giustificazioni verso un’ impresa militarmente, politicamente ed ideologicamente imperialista. La condanna all’invasione però non ci esenta dal ragionare sulle meccaniche di breve e lungo periodo che l’hanno resa possibile, in cui l’Europa e l’Occidente hanno notevoli responsabilità. Perché non abbiamo vigilato sul rispetto dei protocolli di Minsk, la via di uscita più logica al conflitto in Ucraina orientale? Essi avrebbero previsto un’Ucraina multiculturale, autonomia alle regioni russofone, rimozione dei gruppi paramilitari da ambo le parti, una prospettiva di riconciliazione politica ed etnica, disattesa già all’indomani della firma nel 2014.

Perché, ora che il conflitto su larga scala è infine esploso, ci affanniamo a mandare ininfluenti forniture militari all’esercito ucraino, con il rischio di dar luogo a pretesti ad un allargamento ulteriore del conflitto? Come sottolineato da Pablo Iglesias, la fornitura militare ed il supporto indiretto all’esercito ucraino è una falsa scelta. Le alternative per evitare la distruzione o la “sirianizzazione” dell’Ucraina sono un intervento militare NATO, con la certezza di migliaia di morti ed il pericolo di un’escalation nucleare; oppure la via diplomatica, coinvolgendo paesi come la Cina, alleata della Russia ma preoccupata di venire coinvolta in una guerra di dazi e sanzioni, oltre che con forti interessi economici in Ucraina. Questo è il reale dualismo a cui siamo chiamati a rispondere: preparare la guerra per la guerra (le forniture militari vanno in quella direzione) o, come ribadito da Sinistra Italiana, la pace per la pace. Lavorare per la pace significa, concretamente (come sottolineato da Gabriele Catania, direttore dell’Osservatorio Geopolitico e Geostorico del Nordest), non imbarcarsi in pericolosi avventurismi, pensando di utilizzare l’Ucraina per logorare il sistema di potere putiniano e provocare un regime change in un paese dotato di oltre 5000 testate nucleari. Una simile politica comporterebbe la trasformazione e della guerra in Ucraina in un conflitto di lunga durata dai costi umani tragici, oltre che avere scarse possibilità di successo e imprevedibili controindicazioni (riaprire “conflitti congelati” dell’area post-sovietica e destabilizzare l’Europa Orientale).

la via diplomatica dovrà passare per trattative ad alto livello fra Ucraina e Russia per ottenere un cessate al fuoco quanto prima, ed una conferenza di pace che da una parte riconosca integrità territoriale, indipendenza e democrazia all’Ucraina, dall’altra offra “alla Russia ottime contropartite” (cito OGGNIL). Elementi da considerare sono l’arretratezza dell’Europa Orientale, la scarsa stabilità di stati come la Bielorussia e le repubbliche secessioniste filorusse in Georgia e Moldavia.

Una soluzione diplomatica che porti ad un ritorno della politica dei blocchi, come sembra auspicare larga parte della stampa e della politica liberale occidentale (e di pochi giorni fa l’articolo dal titolo “Perché l’asse Xi-Putin è un pericolo per la nostra libertà” firmato da George Soros e pubblicato in Italia dal Sole 24 ore): sarebbe una soluzione debole, destinata ad esplodere ciclicamente in conflitti localizzati. Inoltre, le sfide che ci aspettano in questo secolo richiedono uno sviluppo globale:

-la transizione ecologica, che per sua natura non può che avere una dimensione ed un respiro planetari

-la costruzione di un modello di crescita economica che strappi dalla povertà le massi popolari nel terzo mondo e nei margini della “metropoli capitalista” occidentale. Tale processo non può che coinvolgere la Repubblica Popolare Cinese, principale paese ad essere uscito dal sottosviluppo e riferimento per larga parte dei paesi extra occidentali.

Le due tematiche sono strettamente collegate, oggi che, per citare Lucio Magri, “La crisi energetica viene ad incrinare, con la forza dei fatti, l’ipotesi ottimistica secondo cui il modo di produrre o di consumare del capitalismo maturo possa essere esteso a nuove rilevanti zone del mondo”.

Nessuna di queste sfide può essere affrontata nella sua complessità senza una pace duratura, in Ucraina come nelle regioni africane e mediorientali dilaniate da tragiche e dimenticate guerre, alimentate anche dall’interventismo occidentale, come in Libia o Afghanistan, o da regimi da noi apertamente sostenuti, come l’Arabia Saudita in Yemen.

La pace quindi non solo come obbiettivo, ma come punto di partenza per la costruzione di un mondo multipolare basato sulla cooperazione internazionale. Un obiettivo ambizioso, ma forse l’unico possibile.

 

Postilla tagliata per tempistiche.

 

Dobbiamo inoltre interrogarci sull’origine e sulla natura del sistema autocratico putiniano, sul ruolo occidentale (soprattutto statunitense) nella sua costruzione e rafforzamento e sulla miopia e inconsistenza dell’Europa politica nata dal disfacimento dei blocchi. Esso poggia sulle politiche della Russia di El’cin, nata dalla disgregazione nazionale dell’Unione Sovietica, avvenuta nonostante i referendum del 91’, creando una vasta area di disordine geopolitico. Le politiche economiche di El’cin, elaborate da economisti “fautori intransigenti del neoliberismo” (secondo Giovanna Cigliano) con in prima linea Egor Gajdar, portarono iperinflazione, riduzione dell’aspettativa di vita di quasi 10 anni, crollo della qualità di vita e retrocessione a potenza regionale: questi elementi hanno costituito la base del revanscismo nazionalista russo di stampo putiniano.

Se il disfacimento dell’industria e del patrimonio strutturale sovietico era negli interessi americani, che provarono a infliggere al loro storico nemico un colpo che credettero fatale, non lo era sicuramente per i paesi della nascente Unione Europea. Come sottolineato da Lucio Magri, “L’Europa ha sempre avuto una funzione subalterna alla politica degli Stati Uniti, con effetti disastrosi. [..] Se l’Europa si fosse rappresentata come terza forza, avrebbe potuto fare con l’Unione Sovietica quello che gli americani fecero con la Cina. Puntare alla riuscita della riforma sovietica e non alla distruzione dell’Unione, come volevano Reagan e l’amministrazione americana”. La mancanza di autonomia politica dell’Europa è uno dei grandi temi che emergono dai fatti recenti e da un ragionamento ampio sulle loro cause: se esiste una Europa politica, ovvero degli interessi europei diversi da quelli americani, l’UE è in grado di rappresentarli? Se la risposta è negativa (e credo lo sia), può l’UE diventare un organismo in grado di farlo o è strutturalmente irriformabile?

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