Fra riforme e rivoluzione

Fra riforme e rivoluzione

Marzo 20, 2022 0 Di Giacomo Cervo

Pandemia, movimento pacifista e per il disarmo ed il deterioramento delle istituzioni democratiche aprono nuove sfide per la sinistra occidentale, di ispirazione marxista come socialdemocratica. Un articolo a quattro mani di Giacomo Cervo, UGS, e Francesco Principessa, Associazione MenteLocale-ODV.

 

Durante questi anni siamo stati abituati a parlare di “crisi della sinistra”, ma non è propriamente come è stata raccontata.

Certo, è innegabile: esiste una crisi culturale e di identità della sinistra, in tutte le sue varie sfumature. «La fine delle grandi narrazioni» ha portato il centrosinistra a raccontarsi, per parafrasare le parole di Massimo D’Alema, come «un male necessario» che «soltanto l’esistenza della destra rende […] sopportabile». La costruzione di una identità per sottrazione – antiberlusconiana nell’epoca di maggiore vigore di Silvio Berlusconi, competente di fronte al populismo, europeista contro il sovranismo -, basata su un bipolarismo del meno peggio privo di analisi popolari e di classe, unita a una certa ammirazione per il clintonismo e la terza via blairiana hanno reso il Partito Democratico – che avrebbe dovuto unire le culture cattolico-democratica e post-comunista – un vero e proprio partito conservatore. Le parole della tradizione socialista e comunista sono state riposte in soffitta, ree di esser categorie politiche novecentesche, e sostituite dall’idea dell’ineluttabilità del sistema capitalista e dall’impossibilità di immaginare e realizzare una alternativa allo status quo.

Al contempo, neanche la sinistra radicale è riuscita a uscire dalla trappola dell’identità per sottrazione e la distanza dal PD e il rifiuto del dialogo con il centrosinistra sono diventati una comoda foglia di fico rispetto alla graduale, ma inesorabile, disgregazione delle nostre strutture dalla fondazione di Rifondazione ad oggi. Questo continuo oscillare tra l’isolazionismo e la sudditanza, due facce dell’irrilevanza politica e culturale della sinistra radicale, divisa in cinque partiti con reciproci rapporti precari (se non ostili), ha provocato attrito e difficoltà nel radicamento al di fuori dei grandi centri urbani, accentuando così il carattere cittadino delle forze della sinistra radicale ed il distacco fra provincia e città.

Quello che però ha colpito più duramente gli schieramenti della sinistra è stata la crisi delle organizzazioni di massa, cominciata ben prima della caduta del Muro ed esacerbata da un contesto culturale e politico tragico per partiti e sindacati e dalle scelte sbagliate delle rispettive classi dirigenti. I partiti si sono divisi tra una sinistra frammentata e irrilevante e un centrosinistra che, usando le parole di Simone Fana, è diventato «baricentro della politica italiana, quindi estraneo alla rappresentanza delle “parti”, ma elemento di stabilità in chiave europea e internazionale», mentre i sindacati hanno perso legittimità e rappresentatività. Al contrario, le organizzazioni conservatrici trovano in una società priva di corpi intermedi legati alla classe lavoratrice  la condizione ideale per difendere lo status quo.

La democrazia liberale ha dimostrato di soffrire di moltissime patologie e criticità. Lo smantellamento del welfare; la trasformazione della scuola pubblica in uno strumento di rafforzamento delle differenze di classe; il crollo della partecipazione politica attiva e passiva e la fine del finanziamento pubblico ai partiti, legandoli a interessi privati e costringendoli a enormi difficoltà e ristrettezze; l’enorme acuirsi delle disuguaglianze. La transizione ecologica e la transizione digitale, nell’eccezionalità del tempo in cui viviamo, ci richiedono di uscire dagli schemi della moderazione e della conservazione per trovare soluzioni radicali adatte a risolvere tutte le questioni che il mondo contemporaneo pone.

Nel guado storico in cui viviamo, fra un Novecento ormai superato e un secolo nuovo in cui le strutture dei “dannati” nelle neo-colonie e nella metropoli capitalista tardano a crearsi, non siamo ancora in grado di immaginare forme di lotta collettiva senza organizzazioni di massa, né di costruirne di nuove. L’avanzata della sinistra populista degli anni ’10 del duemila ha evidenziato sì l’esistenza di una classe lavoratrice dagli interessi contrapposti e inconciliabili rispetto al capitalismo finanziario, ma ha dimostrato altresì quanto una leadership forte o un movimento di indignazione siano destinati a un veloce riflusso qualora non si coagulino in strutture stabili o si appoggino a strutture preesistenti.

In Italia, si è visto chiaramente in occasione dello sciopero generale del 16 dicembre 2021: la CGIL, nonostante il terreno perso in questi anni, rimane l’unica organizzazione di massa di sinistra in grado di mobilitare centinaia di migliaia di persone. Per questi motivi, la questione che dovremmo porci è come riportare sulla via di una politica conflittuale i sindacati, ed al contempo come costruire un soggetto che faccia da sponda politica a questa organizzazione, constatata l’impossibilità costitutiva del PD a ricoprire il ruolo e la debolezza delle forze attuali alla sua sinistra.

Un partito elettoralmente piccolo, ma non irrilevante nella storia della sinistra, parlava di “alternativa di sistema a una crisi di sistema”. È chiaro che non usciremo da questa crisi con un semplice ritorno al keynesismo novecentesco e alla programmazione economica capitalista. Ed è altrettanto chiaro che, in Occidente, non avverrà alcuna rivoluzione. Alla vigilia del collasso, però, si aprono prospettive inedite e cariche di sfida per la sinistra.

Come detto poco sopra, l’eccezionalità del tempo in cui viviamo richiede di uscire dagli schemi della moderazione e della conservazione per trovare soluzioni radicali adatte a risolvere tutte le questioni che il mondo contemporaneo sta ponendo.

Se la socialdemocrazia novecentesca ha avuto il merito di risolvere in parte il problema delle disuguaglianze, creando un sistema di compensazione che le ha attutite, oggi quel modello non basta più. È necessario che sia innestato di nuovi strumenti che agiscano, prima di ogni altra cosa, su un piano pre-distributivo e colpiscano alla fonte i meccanismi del sistema capitalista che, intrinsecamente, producono queste distanze e differenze.

Deve essere riacceso il conflitto sociale di classe e deve essere organizzata una nuova forza di sinistra con l’obiettivo precipuo di rovesciare i rapporti di forza tra classe propri del sistema capitalista, tornando a mettere al centro una ritrovata attenzione per la giustizia sociale, per la persona umana e per la sua dignità. È necessario immaginare nuove forme di condivisione e di proprietà e un nuovo modo di «trattare le questioni economiche di base, tornando a mettere al centro l’universalità» (Barbera Filippo. Il Manifesto, 2021).

Nei prossimi mesi e anni dovremo fare il possibile per scongiurare la scomparsa della specie umana. La lotta al cambiamento climatico e all’inquinamento e un utilizzo sostenibile delle risorse naturali di cui disponiamo costituiscono parte di un impianto programmatico di superamento del sistema capitalista. Inoltre, coordinando ciò con un nuovo rapporto tra umani ed ecosistema e un utilizzo umanitario delle ultime innovazioni tecnologiche, le distanze tra centro e periferia, tra la metropoli capitalista e le neo-colonie, e le sofferenze dei lavoratori potrebbero essere ridotte, creando così la possibilità di aumentare il tempo da dedicare all’agio e alla propria dimensione umana.

Il capitalismo mostra la coda della sua pace decennale con la democrazia e la precarietà delle conquiste sociali novecentesche. La prospettiva riformista e l’appiattimento dei partiti socialisti europei su posizioni puramente difensive creano le condizioni per riportare le istanze realmente socialdemocratiche e la sinistra radicale marxista nello stesso movimento reale, dopo che negli anni fra la II Guerra mondiale e la guerra del Kippur furono più o meno inconsapevoli alleati nell’avanzata dei diritti sociali nell’Europa occidentale. Non sarà un pranzo di gala. È una sfida enorme, già approcciata e fallita in Grecia e in Inghilterra. Una sfida che non possiamo permetterci di ignorare, se vogliamo costruire, anche in Occidente, il socialismo del nostro secolo.