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Berlinguer oggi, 100 anni dopo


Dirigente della classe operaia, leader amato in vita e canonizzato laicamente in morte, segretario illuminato ma che non seppe prevenire (e prevedere) la fine. Cosa fu e cosa resta oggi di Enrico Berlinguer, comunista.

Un dirigente della classe operaia. Estate 1980, stabilimento Mirafiori di Torino. Poche settimane prima la FIAT di Romiti ha fatto recapitare a 15.000 operai una lettera di licenziamento, dando inizio alla lunga vertenza che si concluderà con la sconfitta della “marcia dei 40.000”. Una sconfitta sanguinosa, che apre la lunga fase di regresso rispetto alle conquiste del lungo 68 italiano. La vertenza era destinata alla sconfitta, fin dall’inizio: le oggettive condizione critiche della FIAT, la campagna di persuasione che si era incuneata nella CISL ed in parte della CGIL e la politica di contrapposizione fra colletti blu e colletti bianchi pendevano come una spada di Damocle sugli operai della Mirafiori. È in questa situazione, già compromessa, che Enrico Berlinguer si presenta ai cancelli dello stabilimento, rivolgendosi agli scioperanti con coscienza dell’imminente sconfitta ma dando pieno sostegno agli operai torinesi: “Spetta a voi decidere sulla forma della vostra lotta, a voi e ai vostri sindacati giudicare gli accordi accettabili. Ma sappiate comunque che il Partito Comunista sarà al vostro fianco, nei momenti buoni e in quelli non buoni”. Parole di fiducia nella classe lavoratrice e nelle sue strutture. Le parole di un dirigente della classe operaia e del movimento comunista internazionale, qual era Enrico Berlinguer.

Un’eredità difficile. Perché questo era Enrico Berlinguer, prima di tutto: un comunista. Lo ribadì più volte egli stesso. Pubblicamente, come nella famosa intervista a Mixer (“Io non ho fatto la scelta della politica. Io ho fatto la scelta della lotta per la realizzazione gli ideali comunisti nella società”) ed internamente, come alla direzione del PCI nel 1981 (“Io ho capito molto bene che c’è qui una parte di voi che vuole trasformare il PCI in un partito socialdemocratico. Sappiate che io a questa cosa non ci sto e che io non sarò mai il segretario di un tale partito”). Per questo la sua eredità, al di fuori delle agiografie e delle citazione di rito, rimane problematica: per i molti che hanno abbandonato qualsiasi prospettiva di classe nell’analisi e nell’azione politica, essa rappresenta plasticamente tutto ciò che hanno deliberatamente cancellato. In un breve articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano, Alessandro Barbero scrive “Il sogno che gli operai potessero diventare la parte più avanzata, più consapevole della società, e prendere il potere nelle loro mani, è fallito; il risultato è che nei Paesi occidentali non c’è più nessun partito che si presenti alle elezioni dicendo «noi rappresentiamo gli operai e vogliamo portarli al potere»”. In questo credeva il segretario del PCI.

Di fronte alla crisi. Berlinguer fu comunista, ed un dirigente apicale del più grande ed influente partito comunista occidentale, negli anni in cui il movimento comunista internazionale ed il socialismo reale davano le prime avvisaglie di strutturale incapacità di riforma. Momento cruciale fu la scelta dei vertici sovietici di chiudere con l’acciaio dei corazzati del Patto di Varsavia il progetto della Primavera di Praga. L’evento segna una cesura importante dei rapporti fra l’URSS ed i partiti comunisti occidentali, molto più dei fatti ungheresi di 12 anni prima: a differenza del caos magiaro e del partito comunista ungherese, nella Cecoslovacchia di Dubcek era stato avviato un organico progetto di riforma all’interno dei confini del socialismo reale, saldamente controllato dal Partito locale e con il sostegno della popolazione. La tragica conclusione dell’esperimento cecoslovacco dimostra agli occhi dei comunisti occidentali come il modello di socialismo al di là del Muro, che aveva dato un contributo fondamentale al processo di decolonizzazione ed alle conquiste sociali dei decenni post Seconda Guerra Mondiale, andava atrofizzandosi. Alla Conferenza internazionale dei partiti comunisti ed operai dell’11 giugno 1969, da segretario in pectore date le difficili condizioni di salute di Luigi Longo, Enrico Berlinguer ribadisce l’opposizione sua e del PCI alla dottrina Breznev ed una originale linea politica. “Noi respingiamo il concetto che possa esservi un modello di società socialista unico e valido per tutte le situazioni. Non si tratta solo di particolarità nazionali che dovrebbero aggiungersi alle leghi gonerali di sviluppo della rivoluzione socialista e di edificazione della società socialista. In verità, le stesse leggi generali di sviluppo della società, gli stessi interessi essenziali e universali della rivoluzione socialista, non esistono mai allo stato puro, ma sempre e solo in realtà particolari, storicamente determinate e irripetibili. Contrapporre questi due aspetti è schematico e scolastico e significa negare la sostanza stessa del marxismo”. Manca un decennio allo storico strappo, come definito da Armando Cossutta, ma la strada è tracciata.

Tentativi, fallimenti, intuizioni. Di fronte ad un quadro così complesso, le risposte del PCI di Berlinguer cambiano nel corso degli anni, data l’evoluzione del contesto politico nazionale ed internazionale. Lucio Magri, attento osservatore “esterno” (era stato espulso per frazionismo nel ‘69 con tutto il gruppo del Manifesto) parla di due fasi: prima il “tiepido atlantismo” del ‘75, imposto dal tentativo di dialogo con la Democrazia Cristiana, volto ad evitare un colpo di stato cileno (nella lunga serie di articoli che delineano il Compromesso Storico su Rinascita il richiamo ai fatti cileni torna molte volte, quasi ossessivamente); poi una “linea di pacifismo attivo e proposta di disarmo bilaterale”, una terza via europea fra le superpotenze che oggi torna tragicamente attuale con il conflitto in Ucraina ancora aperto.
I primi anni della segreteria rappresentano un iniziale tentativo di analisi e risposta alla crisi interna ed internazionale, carichi di attese e speranze ma sostanzialmente chiusa a fine anno ‘70. Si rivelarono profetiche le parole di un anziano Longo, all’indomani del trionfo elettorale del 1975: “La nostra proposta di Compromesso Storico è enigmatica e ambigua, tale ambiguità di proposta probabilmente ha ora contribuito al successo elettorale, ma resta inattuabile e porterà alla nostra passività”.
Fra 1980, lo stesso anno della morte di Longo, e 1981 si apre una seconda fase della segreteria Berlinguer, con la ripresa forte della lotta di classe a Mirafiori e portando alle estreme conseguenze la politica internazionale intrapresa dal 1968. Il 15 dicembre 1981 Berlinguer parla alle televisioni, pronunciando lo storico discorso sulla fine della “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’Ottobre e del socialismo reale. Voci autorevoli nel Partito manifestano pubblicamente il proprio disappunto, fra tutti Armando Cossutta parla di “strappo” nella storia del PCI. Negli stessi anni il segretario visita, accolto con gli onori di un capo di stato, la Cina delle politiche di Riforme e Apertura, il Nicaragua sandinista già dilaniato dai Contras, la Nord Corea di Kim Il-Sung e Cuba; rinnova il sostegno internazionalista ed antimperialista alla causa palestinese ed all’OLP di Arafat.

Con Berlinguer, dopo Berlinguer. In minoranza nella direzione del partito, nella cui direzione minaccia più volte le dimissioni, ma forte di un solido sostegno personale, Berlinguer tenta di traghettare la peculiare esperienza del comunismo italiano in una nuova fase storica, costruendo un Partito capace di collocarsi al di fuori dei blocchi contrapposti e le logiche che essi imponevano. Già all’indomani del suo funerale, come si vede dal primo numero di Rinascita uscito dopo la morte del segretario del PCI, i vertici del partito riposero in soffitta il secondo Berlinguer e la sua sfida di modernità. Mancavano pochi anni alla Bolognina ed allo scioglimento del Partito. Il tentativo di salvaguardare il comunismo italiano dalla disgregazione di Berlinguer è fallito, ma da lì possiamo e dobbiamo ripartire: antimperialismo, conflitto sociale, fiducia nella classe lavoratrice e nella sua capacità di farsi classe dirigente della Nazione. Usando le parole di Enrico Berlinguer, a 100 anni dalla sua nascita, “Tagliare le proprie radici nella speranza di rifiorire meglio sarebbe il gesto inutile di un idiota”.

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